Poi questi di Left lo domandano proprio a me che con questa parola devo fare molta attenzione, perché è concetto così prossimo alla rabbia che spesso nella mia (e non solo) storia le due parole si sono confuse, la rabbia si è mangiata la ribellione e non fu un bel vedere. Che poi non si sa cosa preferire se un mondo piatto e putrefatto uguale al mondo di padri e nonni o un mondo di figli completamente distrutto dal furore, insomma la questione è scomoda.
Ribelle a me fa pensare a donne belle una seconda e tante volte, ri-belle. Sarebbe la ribellione più interessante, forse la chiave di volta per sconfiggere la rabbia, ma io per ora volo basso e friggo. Mi limito a cercar ribellioni nelle cose di cui mi occupo, che sono campagne e tavole calde, beninteso non nel senso di rosticcerie, ma di tavole che riscaldano il cuore. Per ora questo so fare e di questo parlo, che mi pare cosa più onesta.
Ecco la prima caratteristica del ribelle, l’onestà. Non puoi essere disonesto e ribelle al contempo, perché la ribellione passa attraverso un profondo rifiuto allo stato delle cose, un rifiuto interno e radicale. Il disonesto viceversa la realtà la vuole così com’è, perché è lì che può fare soldi a manetta. Che per esser disonesti bisogna conoscere bene le cose, studiarle, essere ossessivamente precisi per poi poter esser strategici, calcolatori, razionali, in fondo.
Razionale, dunque, è il disonesto, che vuol che tutto sia come è sempre stato. Di conseguenza, per esser onesti si ha da esser irrazionali, per vedere le cose brutte, reagire di pancia e ribellarsi per far sì che quelle cose non ci siano più, perché altre più belle possano apparire come per incanto.
Ricominciamo da capo. Come una ribellione potrà mai esser bella, se la storia intera è costellata di nefaste rivolte e rivoluzioni che partivano proprio dal concetto di irrazionale rifiuto allo stato delle cose? Dipende da chi la fa? Da come la fa? Che ne so, come stava Robespierre prima e dopo la rivoluzione francese? Come Fidel Castro a Cuba e Lenin in Russia? Tanto per prendere degli esempi eclatanti di ribellioni riuscite male. E se erano stronzi loro? Come stavano viceversa i partigiani che davanti alle ingiustizie più inumane presero le armi per la sola ragione di dire no, costi quel che costi? Non mi pare avessero altra scelta se non il ribellarsi e bene fecero a farlo.
Allora deve avere a che fare con sta cosa della mancanza di bellezza dentro di sé l’esser rabbiosi e non ribelli, o viceversa l’esser belli perché ribelli? Dove andarla a trovare la ribellione è un altro paio di maniche. Adesso che mi metto a raccontare?
Da qualche anno mi occupo della cucina popolare italiana. Ho iniziato a farlo dopo aver osservato il mutamento della semantica nella gastronomia, che in parole povere voleva dire che mi accorgevo che nessuno parlava più come mangiava, che magari in alcuni contesti puoi anche permettertelo, ma se parli di cibo, mi pare deontologicamente corretto parlare come si mangia.
Per uno abituato a fritture, gesti di generosità a tavola, soffritti belli unti e sughi profumati, quando ascoltavo la gente parlare di sushi, julienne, riduzioni, impiattamenti come se fossero parole di vitale importanza, li prendevo tutti per matti. Ma state tutti fuori di testa? Una melanzana è una melanzana, per dio. Ma puoi riempirti la bocca a parlare di Pistacchio di Bronte? Ma sti gran cazzi, francamente, con tutti i problemi che ci stanno di sti tempi. Ecco, mi voltai verso il mondo e il mondo lo vidi brutto nel suo essere falso, superficiale, stupido, instupidito.
Ma visto che stupidi non si nasce, volevo capire chi fosse la causa di questa stupidità. Soprattutto mi interessava sapere se ci fosse qualcuno che a questa stupidità violenta si ribellasse. Capire se erano ribelli recalcitranti o se fossero incazzati. E che ne facevano di questa ribellione, nella loro quotidianità.
Provo a spiegarmi meglio, facciamo che io sia cresciuto vicino al mare e che so che per fare un buon sugo vado a cercare dei buoni pomodori dal contadino. Poi faccio sbollentare i pomodori, li lascio scolare, infine un soffrittino, una cottura rapida, una foglia di basilico ed ecco a voi il paradiso. Pasta a mano con sugo di pomodori freschi. Cosa la modernità mi propone in cambio, sentiamo? Cose meno buone, scatolette di cartone con dentro un pomodoro acido, raccolto da gente schiavizzata, trasportato dalla mafia e venduto in catene commerciali complici della mafia stessa. Oppure cose buonissime, fatte con pomodori biologici, raccolti uno a uno, fatto diventar presidio, per dirlo ai quattro venti che sei buono e caro e fai la filiera corta e i presidi e il chilometro zero. Che quindi un sugo buono costa 5 euro la bottiglia.
Signore e signori, questa è la modernità. Un luogo in cui i poveri mangeranno merda al supermercato e i ricchi mangeranno bene, benissimo. Un mondo in cui se non sei persona avveduta ti diranno che i pomodori del contadino non esistono più, non devono esistere, di fondo non sono mai esistiti.
Sapete che ho scoperto in questi anni allora? Che nei fatti ciò che sta succedendo è che si sta operando un’alienazione marxiana ai danni di chi sapeva mangiare. Tipo il serpente Ka che prova a stordire Mowgli. Fanno credere alla gente che il mangiare, il cucinare non sia un atto intimo, radicato, di conoscenza, intelligenza, non sia atto deduttivo che domanda una prassi quotidiana basata sull’intuito, che è la forma più alta di intelligenza. Loro ti diranno che il sapere è una accumulazione razionale di nozioni, che una ricetta è codificata per sempre, che devi guardare le dosi e la preparazione e le foto e i tutorial. Ma io a mia nonna non ho mai potuto domandare niente. Ho osservato, dedotto dai colori, dai tempi, dalla pazienza, ho tratto conclusioni che valessero per me e solo per me, benché quei gesti fossero figli di una intelligenza millenaria di uomini e donne che vivono in un luogo.
Allora smisi di esser Donpasta per diventar rovistatore. Così iniziò un viaggio che non so quando finirò. Iniziato ahimé con una parmigiana di melanzane e chissà, magari finirà con un dolce che offrirò alla mia bella. Ma non è roba facile da spiegare. Sono andato per campi, porti, da pastori, nonnine, poi nelle periferie distrutte per capire se esistesse ancora la cucina italiana, quella che io avevo in corpo in ogni mio gesto. Per dimostrare che a cancellar cose non funziona mai, si creano mostri, che ciò che era sfuggito era linguaggio, pratica, cuore, memoria della gente. Avevo ragione io, lo sapevo, me lo sentivo. Ho incontrato gente che poteva raccontarti per filo e per segno del perché la modernità avesse perso in partenza. Perché la modernità andava per selezione, filtrava fino a perdere l’essenza delle cose.

Questo racconto continua su Left in edicola dal 13 agosto

 

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