Il mondo, la cultura, la conoscenza, le relazioni sociali non cambiano prevalentemente tramite piccoli spostamenti, miglioramenti incrementali, piccoli aggiustamenti al margine. Occorre che qualcuno faccia un salto di lato, o fuori, che rovesci il tavolo, cambi la prospettiva e/o le regole del gioco. Per quanto favorita dai mutamenti incrementali, nei loro successi e anche (soprattutto) nei loro fallimenti, si tratta sempre di una cesura. Nelle scienze questo atto di rottura si chiama mutamento di paradigma, come quando dal sistema tolemaico si è passati a quello copernicano, passaggio non a caso definito rivoluzione copernicana. Senza questi atti di rottura non ci sarebbe stato progresso scientifico e conoscitivo, anche se incontrano per lo più forti resistenze più o meno interessate e in buona fede.

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Basti pensare, per rimanere a un esempio più vicino a noi, alla difficoltà con cui l’establishment accademico e politico prende atto del fallimento della teoria secondo cui l’austerity nel medio-lungo periodo genera ripresa e benessere, una teoria che, nella forma del Washington consensus a suo tempo imposto ai Paesi in via di sviluppo, era già stata falsificata (con esiti drammatici per le popolazioni coinvolte), ma che continua ad essere proposta e imposta, nonostante le severe critiche di cui è oggetto ormai anche dall’interno degli stessi organismi che la avevano fatta propria (Ocse e Fmi). La necessità di azioni di rottura, di ribellione, per produrre un cambiamento riguarda anche le relazioni sociali.

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Se Rosa Parks un giorno non avesse rifiutato di sedersi nella parte dell’autobus riservata ai neri e se molti altri e altre non l’avessero seguita nonostante tutti i rischi che ciò comportava, se alcune coraggiose ragazze e ragazzi neri non avessero sfidato le regole iscrivendosi alle università fino ad allora riservate ai bianchi, la questione razziale sarebbe oggi negli Usa ancora quella in cui i neri erano visti e definiti come meno umani e dalla cui contaminazione occorreva difendersi. Certo, il razzismo continua ad esistere negli Usa e i ragazzi neri continuano a essere esposti al rischio di morte violenta in una percentuale infinitamente superiore ai loro coetanei bianchi. Ma quella ribellione ha aperto la strada a che potessero rivendicare pari diritti e dignità. Se Franca Viola, una giovane donna siciliana, non avesse rifiutato di sposare chi l’aveva rapita e violentata, in Italia avremmo dovuto aspettare ancora a lungo che venisse abolito quel monstrum morale e giuridico che era il matrimonio riparatore, e con esso anche l’altra mostruosità del delitto d’onore.

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C’è voluta la forza dirompente – ribelle – del movimento delle donne e delle analisi femministe per mostrare quanto di rigido e oppressivo ci fosse nei modelli di genere prevalenti, spesso incorporati anche nella legislazione, oltre che nell’organizzazione della famiglia. Ancora, se le persone omosessuali non avessero rivendicato pubblicamente la propria normalità, le leggi e i libri di medicina continuerebbero a definirli devianti e/o malati. Ribellione necessaria, positiva, per me è quella che apre il cervello, aiuta a cambiare prospettiva, a ridefinire i termini delle questioni. Tutto il contrario non solo delle rottamazioni fini a se stesse, ma anche delle ribellioni identitarie: che si consegnano mani e piedi (a volte letteralmente, fino alla consegna della propria vita) a visioni e poteri sì alternativi a quelli contro cui ci si ribella, ma altrettanto e spesso più chiusi e dogmatici.

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