Il tratto è preciso, le parole tante ma nessuna di troppo. Dietro l’inchiostro blu c’è la penna di Davide Pagenstecher, 47 anni di cui gli ultimi 19 vissuti in detenzione. Per ribellarsi al concetto che «il carcerato deve soffrire», Davide ha impugnato un’arma che non ti aspetti da un detenuto: la legge. In regime di restrizione dal 27 febbraio 1998, dopo otto città e numerosi trasferimenti, adesso Davide si trova nella casa circondariale Dozza di Bologna, dal 26 febbraio 2001. Fine pena: 26 febbraio 2024. In una lunga lettera ci ha spiegato per filo e per segno perché sia necessario farla questa battaglia contro il trattamento disumano e degradante ai danni dei detenuti. Non deve trattarsi necessariamente di violenza fisica, spiega. E sottolinea che nessun detenuto deve mai rinunciare alla dignità umana, all’identità e alla propria personalità. «In altri istituti, in passato, sono stato massacrato di botte, i vecchi detenuti ci sono passati tutti. In questo istituto non ho mai subito violenze fisiche. Ma sono anni che tentano di distruggermi sotto il profilo identitario e psicologico. Non ci riusciranno e non mi fanno paura».

Una premessa che non costituisce mero sfondo retorico, utile per aprire l’argomentazione che segue sul sistema penitenziario e sulle modalità di espiazione delle pene è che, ovunque, anche in queste sedi ove trova costante nutrimento la più becera forma di cameratismo, a volte leggibile anche come “omertà delle divise”, ci sono operatori, forse troppo soli, che ritengono che esista un limite oltre il quale eseguire un ordine o schierarsi, poco conta la differenza, non sia più un dovere ma un’aberrazione del dovere stesso di essere, anzitutto, esseri umani che, con altri esseri umani, sono tenuti ad un’interazione positiva. È questo, indubbiamente, il caso ammirevole di chi mi ha invitato a scriverle la presente; un assistente di polizia penitenziaria che “gioca” dalla parte del diritto e secondo i principi costituzionali di tutela e sviluppo della persona.

LEGGI LA LETTERA
Quando in redazione riceviamo le dieci e più pagine scritte a penna da Davide non esitiamo, decidiamo di incontrarlo. Ha inizio la trafila burocratica – noiosa quanto il suono di queste due parole in fila. La richiesta di permesso per incontrarlo ci viene negata, la direttrice non ritiene che raccontare la sua storia sia opportuno. È gentile, non esita a invitarci comunque in visita nel carcere. Ma Davide no, meglio non incontrarlo. Insistiamo. Di lì a poco, nel mese di maggio, proprio alla Dozza si terrà CinEvasioni, il festival del cinema organizzato dal regista Filippo Vendemmiati. Cogliamo la palla al balzo ed entriamo alla Dozza. Davide è lì, nella saletta allestita a mo’ di sala cinematografica, in prima fila, da buon giurato. Avvolto in una giacca scura, saluta tutti e tutti salutano lui. L’aspetto è impeccabile, l’altezza media e gli occhi chiari, il tono della voce è basso, ma si alza non appena capisce che a salutarlo siamo noi, quelli di Left, che sono riusciti a entrare per incontrarlo. Prendiamo posto appena dietro la prima fila, tra il pubblico di detenuti e giornalisti, agenti e volontari del festival. Questo è il racconto degli incontri epistolari con Davide, ma anche di quelle ore trascorse tra le mura di un istituto penitenziario che, per quelle ore almeno, sono state mura come tutte le altre. Valicabili.

Questo articolo continua su Left in edicola dal 13 agosto

 

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