Celsea Elizabeth Manning, nata come Bradley Edward Manning, è una donna transgender militare e attivista, due categorie che sembrerebbero incompatibili ma che possono non esserlo. Diventi militare e attivista quando, come nel suo caso, entri nell’esercito seguendo l’ideale profondamente americano di difendere la costituzione da ogni nemico esterno e interno; poi quando vedi questo ideale calpestato e tradito, decidi di difenderlo mettendoti contro il governo e l’esercito degli Stati Uniti d’America, che riconosci come nemico interno.
In una lettera aperta a Obama, Chelsea Manning cita Howard Zinn, storico che ha raccontato l’America attraverso le voci dei poveri, degli schiavi neri, degli emarginati: «Non c’è una bandiera grande abbastanza per coprire la vergogna di uccidere persone innocenti». Nata in Oklahoma da madre gallese e padre americano, entrambi alcolizzati, cresce in un ambiente insano: ad accudirla è la sorella dodicenne, il padre, alcolizzato funzionale, è sempre in viaggio per lavoro, i bambini sono lasciati per lo più in balìa di loro stessi a giocare con i Lego o al computer. Dopo la separazione dei genitori, a 13 anni si trasferisce in Galles con la madre e la sorella, ma appena raggiunta la maggiore età torna negli States e, giovanissima, si arruola nell’esercito. Durante il servizio militare le viene diagnosticato il Gid, gender identity disorder, quell’insieme di stress, ansia e inquietudine derivati dal non sentirsi aderenti al genere a cui il proprio corpo appartiene.
Mentre Chelsea, all’epoca Bradley, sperimenta questo tipo di difficoltà, nel 2009, a 22 anni, viene mandata in servizio in Iraq, a est di Baghdad, per prestare servizio come analista di intelligence.
Per il suo lavoro il soldato Manning si imbatte in una serie di documenti confidenziali, tra cui il video Collateral Murder, in cui due elicotteri Apache americani attaccano e uccidono 12 civili disarmati. Questi documenti, insieme a centinaia di migliaia di altri file riguardanti le atrocità americane commesse in Afghanistan e in Iraq, vengono copiati su una SD card e Chelsea contatta il Washington Post e il New York Times per chiedere di renderli pubblici; il giornalista del Post non sembra interessato e il Times non risponde, così Manning decide di inviare i file a Wikileaks.
La pubblicazione provoca un terremoto in America e fuori. Nei mesi precedenti Chelsea aveva stretto amicizia tramite chat con l’hacker e informatico Adrian Lamo, a cui confida le scoperte e di averle trasmesse a Wikileaks. Non parla solo di quello, ma si confida come a un amico, in una delle loro conversazioni via chat scrive che a tormentarla «non è l’andare in prigione per il resto della vita, o essere condannata a morte, ma il doverlo fare con tutte le mie foto pubblicate come un maschio. Questa Cpu (processore, ndr) non è fatta per questa scheda madre».
A maggio 2010 Lamo la denuncia per aver fornito i file a Wikileaks e pochi giorni dopo Chelsea viene arrestata e tenuta in custodia in Kuwait per due mesi. A luglio viene trasferita nel carcere militare di Quantico, in Virginia, dove l’aspettano dieci mesi di isolamento e tortura. L’informatico e ricercatore David House riferisce le condizioni della detenzione di Manning: in isolamento, dorme con le luci accese, viene controllata ogni 5 minuti. Durante la notte viene svegliata dalle guardie se non è completamente visibile. L’unica forma di esercizio è camminare in circolo in una stanza per un’ora al giorno, e durante le rare visite viene incatenata. House riferisce che le sue condizioni di salute psicofisica peggiorano e che Manning è catatonica.

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