La penna traccia dodici figure circolari davanti a una linea nera. Con il sorriso ottimista che lo contraddistingue, Gunter Pauli aggiunge dettagli e spiega: «La linea nera è la costa e i cerchi sono isole artificiali. Servono a respinge le correnti marine e a scongiurare le conseguenze del riscaldamento globale, ma soprattutto rappresentano un’opportunità per il Belgio». Il racconto del “teorico” della blue economy ha preso le mosse dalla domanda: come opporsi in maniera efficace alle trivelle o, in Paesi come il Belgio, al nucleare? Bisogna dire No con i Sì, è in estrema sintesi la risposta di Pauli. «Il Belgio ha un grosso problema con le sue centrali atomiche», riprende. «La mia proposta di costruire dodici isole contro l’innalzamento del mare sembra slegata da questo problema, invece è “la” risposta». Le isole “del tesoro” da realizzare davanti ai 600 chilometri di costa belga, tra la Francia e l’Olanda, serviranno anche a produrre energia e cibo “puliti”. Le braccia dell’economista e imprenditore di Anversa mimano il movimento di una pala meccanica: «Oggi, per salvare la costa, le imprese del movimento terra dragano sabbia spostandola “a caso”. Presto invece potranno aiutarci a realizzare queste isole artificiali: degli atolli circolari che al centro ospitano fish farms, strutture adeguate a ripopolare il mare belga di pesci, in modo naturale». Ora, sulla circonferenza di ogni isola, la penna disegna minuscole pale eoliche. «Ma il vento non è tutto», aggiunge Gunter Pauli: «Sfrutteremo anche le maree, così il cavo che porta l’energia prodotta sulla terraferma potrà lavorare a pieno regime».

FUNGHI DAI FONDI DI CAFFÈ Il business dei funghi coltivati con i fondi del caffè (qui i pleutrotus di GroCycle) è paradigmatico dell’economia “rifiuti free”. Basti pensare che dopo averbevuto la nostra tazzina, buttiamo via il 985 del prodotto acquistato.

FUNGHI DAI FONDI DI CAFFÈ
Il business dei funghi coltivati con i fondi del caffè (qui i pleutrotus di GroCycle) è paradigmatico dell’economia “rifiuti free”. Basti pensare che dopo aver bevuto la nostra tazzina, buttiamo via il 98% del prodotto acquistato.

Un progetto ambizioso: «Cinque anni fa, quando l’ho proposto per la prima volta al governo belga mi hanno dato del matto. Oggi – dopo il vertice di Parigi e gli allarmi sul clima – mi hanno detto di sì. E sa perché?». Già, perché? «Perché non hanno alternative». Allora capisci cosa intende Yanis Varoufakis quando dice che il suo Piano B in realtà è un “piano A”: perché “quegli altri” un piano non ce l’hanno anche se vogliono farcelo credere. Un’alternativa costosa, viene spontaneo obiettare: realizzare una soltanto di queste isole costa 1,5 miliardi. «Sono tanti», ammette Pauli, «ma c’è qualcuno che ha interesse a finanziare operazioni del genere: le compagnie assicuratrici. I risarcimenti in caso di disastri sono tali che partecipare a un’operazione del genere è il minore dei mali». Anche perché il progetto è remunerativo. Il ritorno sugli investimenti è del 12%, spiega riprendendo a scrivere cifre sul foglio: il 2,5% va agli investitori privati, ma il restante 9,5 entra nelle casse dello Stato che può così finanziare il welfare e le politiche di adattamento ai cambiamenti climatici. Anche il rischio di mettere tutto in mano alle solite multinazionali è evitato: per progetti del genere l’intervento pubblico è centrale e i benefici, in termini redistributivi e di occupazione, sono diffusi. Lo ha capito anche un governo di destra come quello belga.

Più risultati con un solo progetto: ripopolare i mari senza ricorrere alla chimica, creando nuove opportunità di lavoro per i pescatori in crisi; dare impulso a un’alimentazione più sana aumentando la produzione di pesce; produrre energia pulita riducendo progressivamente la dipendenza dal nucleare e dalle fonti fissili («così, senza mai nominarlo, dimostro con i fatti che il nucleare non conviene»). È l’uovo di Colombo, la conferma che per uscire dal cul de sac in cui ci ha portato il neoliberismo c’è bisogno del “cambio di paradigma” di cui tanti parlano. Con la differenza, come disse Colombo ai suoi commensali, «che voi avreste potuto farlo, io invece l’ho fatto». Incassato il sì del governo, Pauli sta lavorando al project financing e dice che in quattro o cinque anni la prima isola sarà realizzata. Certo, per arrivare a dodici isole, di anni ce ne vorranno cinquanta, ma – sottolinea – «è evidente che a trarne beneficio saranno le prossime generazioni: l’importante è far partire questo meccanismo di ripensamento del modello fin qui messo in campo».

Quella del (non a caso) presidente dell’italiana Novamont – l’azienda che Catia Bastioli ha reso leader nel settore della “chimica verde” – è solo l’ultima di una serie di scommesse che hanno innescato la reazione a catena auspicata nel suo Blue economy. Alla vigilia del nostro incontro nella redazione di Left immaginavamo di dover parlare con lui dei funghi coltivati con i fondi di caffè, uno dei cavalli di battaglia di Pauli, tanto che oggi decine di città nel mondo recuperano lo “scarto” del caffè per produrre i funghi shiitake, buoni e privi di grassi saturi e colesterolo.
Reduce da un convegno sulle biotecnologie alla Fao, Pauli lascia la penna, apre il suo portatile e ci mostra una serie di esperienze già realizzate che compongono il mosaico di un Pianeta in equilibrio con i propri ospiti e le proprie risorse. Alla base, non il biotech, che a suo avviso serve più a chi lo produce che a chi ne fruisce, ma «flessibilità e capacità di adattamento». Qui la metafora non è affascinante ma è molto chiara: «Dietro i grandi business, come quello degli ogm, c’è la stessa logica che i governi usano per le specie in via d’estinzione come il panda: fanno di tutto per garantire loro il bambù, perché è l’unica cosa di cui si nutrono. Noi umani invece dovremmo comportarci come gli scarafaggi: sono ovunque, non hanno bisogno di protezione e mettono a punto tante e diverse strategie per sopravvivere in tutti gli ecosistemi».

3D sea farming

LE FATTORIE DEL MARE
Nelle 3D sea farms (qui la Thimble Island Oyster Co) tutto comincia introducendo alghe che nutrono “naturalmente” crostacei e pesci. Così le acque si ripopolano producendo cibo sano e “restaurando” l’ecosistema desertificato.

La parola chiave è ancora una volta “adattamento”. La stessa alla base del cosiddetto “3D sea farming”, che mette assieme la coltivazione di alghe, mitili, ostriche, gamberi e aragoste in un ambiente controllato e senza chimica. «Una produzione diversificata che va dal cibo alla cosmetica fino ai principi di alcuni farmaci», si entusiasma Gunter Pauli mostrando le foto: «Per giunta questa pratica rigenera la biodiversità, ci offre la possibilità di avere una dieta più sana e riduce l’acidificazione degli oceani (il fenomeno causato dall’inquinamento umano che mette a rischio la vita sottomarina, ndr)». I pescatori statunitensi che la praticano – come Bren Smith della Thimble Island Oyster Co di New York – sono partiti da una situazione in cui non c’erano più pesce né specie vegetali: la pesca intensiva aveva creato un deserto. «Ma c’erano molte particelle ed è bastato che Bren Smith introducesse delle alghe in grado di nutrire capesante, cozze, ostriche per far sì che arrivassero anche i pesci». La scelta sta a noi, ci mette in guardia l’economista: preferiamo il pesce geneticamente modificato o quello che arriva grazie alle fattorie del mare? Niente mangimi, niente chimica, niente antibiotici. Ma tanti posti di lavoro recuperati e un pezzo di costa davanti all’Atlantico rigenerata.

«This is implemented», sottolinea Pauli mentre fa girare le immagini: è già realtà. E tira fuori dal cilindro un altro esempio: i sistemi che a Surabaya, in Indonesia, hanno sostituito gli allevamenti intensivi di gamberi. «L’allevamento intensivo prevede l’abbattimento delle mangrovie, con le conseguenze che conosciamo. Poi arriva un virus e il territorio resta senza gamberi e senza mangrovie: questa è la modernità», scherza. L’alternativa sono per forza i gamberi Ogm? «Niente affatto: a Surabaya hanno piantato le mangrovie lasciando dei canali liberi nei quali fanno crescere i gamberi, senza mangimi». L’ecosistema delle mangrovie nutre i gamberi e per giunta le foglie si utilizzano per nutrire le capre, senza intaccare le radici, che proteggono il suolo dai fenomeni meteorologici estremi. «Gli esperti lamentano che la produttività di questo sistema è bassa. Certo sì, ma è gratis!», sorride. «Only harvest» continua a ripetere Gunter: basta raccogliere ciò che la natura offre.

GAMBERETTI & MANGROVIE L’allevamento sostenibile di gamberetti protegge il suolo dagli uragani perché coesiste con le mangrovie, abbattute invece nella pratica intensiva. I crostacei si nutrono grazie all’ecosistema delle mangrovie, senza mangimi né chimica.

GAMBERETTI & MANGROVIE
L’allevamento sostenibile di gamberetti protegge il suolo dagli uragani perché coesiste con le mangrovie, abbattute invece nella pratica intensiva. I crostacei si nutrono grazie all’ecosistema delle mangrovie, senza mangimi né chimica.

Proviamo a non farci contagiare troppo dal suo entusiasmo. Com’è possibile estendere su larga scala questi esempi positivi? «Il problema è che le persone non sanno. E se non sanno non possono scegliere», ribatte Pauli. «I media parlano continuamente del “genoma”, non utilizzano il termine Ogm perché sanno che c’è una grande resistenza. Ma il progresso pare affidato esclusivamente a questa “meraviglia”. Un’altra opzione c’è, ma bisogna farla conoscere». E per dimostrarlo fa l’ultimo esempio: «Perché puntare sul riso Ogm resistente all’acqua salata se in Cina esiste una specie “naturalmente” resistente al sale?». Ripone penna e portatile nella valigetta e ci saluta. Domani dovrà incontrare i dottorandi italiani che si occupano di cibo. Per l’economista-imprenditore l’investimento più proficuo è diffondere queste idee e queste esperienze tra i giovani, dalle favole per i più piccoli al progetto di una “università del fare”, dove si studia «senza aule e senza lezioni frontali, ma soltanto a contatto con i “casi virtuosi”». Così gli studenti avranno un’altra opzione per imparare che… c’è un’altra opzione.

 

Articolo pubblicato su Left n. 9 del 27 febbraio 2016

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