Dunque sulla spiaggia di Nizza almeno tre poliziotti armati hanno il tempo di fermare una donna vestita come le recenti regole approvate da diversi comuni costieri francesi impongono e di farla svestire.
Tre poliziotti dello stesso dipartimento di polizia che il 14 luglio ha saputo organizzare così bene la prevenzione e la sicurezza, con una sola auto a chiudere il lungomare dove si radunavano migliaia di persone – 86 delle quali uccise dal Tir guidato da Mohamed Lahouaiej-Bouhlel.

Le foto che fanno il giro del mondo in questi giorni sono piuttosto esplicite: la signora in questione che sta in spiaggia vestita, viene invitata a togliersi dei vestiti. Eppure a chiunque sarà capitato di vedere in spiaggia delle persone chiare di pelle coperte dalla testa ai piedi. Oppure, nelle spiagge del Nord Europa o negli Stati Uniti, vedere i ragazzini che portano delle tutine di tessuto da mare dalla testa ai piedi. Poi ci sono i cappelli a larghe falde, che se calanti coprono quasi la visuale della faccia. O le tute leggere dei surfer, che certo non hanno un cappello ma sono fatte con gli stessi materiali di quell’abbigliamento da mare denominato burkini dalla sua inventrice/designer Aheda Zanetti che su The Guardian spiega che l’idea di quel costume le è venuta pensando a

l’integrazione, l’accettazione, la parità e il non essere giudicati. (…) volevo contribuire a dare alle ragazze la fiducia necessaria per continuare una buona vita. Lo sport è così importante per noi che siamo australiani. Volevo fare qualcosa di positivo, e chiunque può indossare questo costume: cristiani, ebrei, induisti. È solo un indumento che una persona modesta, o qualcuno che ha il cancro della pelle, o una nuova madre che non vuole indossare un bikini, può scegliere. E non simboleggia l’Islam.

In Australia il costume è dunque un simbolo di diversità, lo veste la prima lifeguard musulmana del Paese. E che hanno di diverso da una signora in burkini le suore in spiaggia ritratte qui sotto e la cui pubblicazione ha portato all’oscuramento per 24 ore del profilo facebook di Izzedin Elzir, presidente dell’Ucoii? Sono più coperte.

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L’idea era insomma quella di fare in modo che le ragazze o donne musulmane, o chi per loro, potessero andare in spiaggia serene e comode. Tra le altre cose, la signora Zanetti ha guadagnato per certo molti soldi grazie alla pubblicità gratuita fattale: dopo il divieto in Francia le vendite online sono aumentate del 200%. Un segno come un altro di quanto l’idea del divieto sia fuori luogo: vietandolo i sindaci francesi – sostenuti dal governo – accrescono la voglia di identità di un gruppo, anche chi non vestirebbe il burkini lo compra e magari pensa di sfidare il divieto. Oppure chi non sapeva che l’oggetto fosse in vendita, ora lo sa e decide di farne uso.

Il punto è però quello della laicità dello Stato francese. Che Paese è quello dove le autorità decidono se e cosa le persone devono indossare in una determinata occasione? È il codice di abbigliamento imposto in alcuni Paesi che a noi non piace – burqa, hijab o divisa da guardiano del popolo che sia – o l’idea che un’autorità superiore possa decidere, non sulla base di questioni di sicurezza, come all’imbarco di un aereo, come io mi debba vestire? Se i talebani o la polizia religiosa dell’Isis a Raqqa avessero imposto alle donne di girare nude anziché coperte all’inverosimile sarebbe stato tollerabile?

E che Paese è quello dove fingendo di tutelare le libertà delle donne, si decide come queste debbano o non debbano vestirsi in spiaggia? Il segnale lanciato dai socialisti francesi è pessimo: da mesi, sul tema della sicurezza e delle libertà inseguono la destra di Le Pen. Ora lo fanno anche sul fronte culturale. Peggio ancora. Il punto è che, visto che le suore possono andare al mare vestite da suore, gli albini coperti dalla testa ai piedi e così via, il divieto del burkini è un divieto contro una singola comunità. È discriminazione ed è, oltre a un insulto alla civiltà europea per come ce la raccontiamo, anche un ottimo strumento di propaganda per il Califfo.

 

Una poliziotta di New York in preghiera

La prima recluta in hijab della polizia svedese

Per fortuna ci sono casi diversi. La Metropolitan police di Londra ha introdotto una divisa con hijab da dieci anni, divise prevista anche in Svezia, Norvegia e da diversi dipartimenti di polizia negli Stati Uniti. E in questi giorni, per favorire l’ingresso di persone appartenenti a tutte le comunità del Paese, il Canada ha deciso di modificare le divise dei ranger, i Mounties con le giubbe rosse, introducendo una forma di copertura del capo per le donne musulmane. E i sikh possono portare i turbanti. Alla faccia dei poliziotti di Nizza.

 

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