La Chiesa Cattolica quest’anno ha guadagnato più di 1 miliardo di euro dalla redistribuzione dell’8×1000. Ma ha ricevuto questo denaro non solo da chi ha liberamente optato di donarlo ad essa: anche i soldi di chi ha deciso di non scegliere probabilmente hanno preso la stessa strada. E questo non perché, come vulgata popolare racconta, siamo “un Paese cattolico”: il problema risiede nella struttura della legge che regola tale istituto fiscale.

Il momento di compilare le dichiarazioni dei redditi è tuttavia ormai lontano nel tempo: quelle del 2016 sono già andate, e quelle del prossimo anno arriveranno solo in primavera. Che il periodo non sia quello propizio lo si nota anche dalla mancanza degli abituali bombardanti pubblicitari a tema, all’insegna del “Dateci il vostro 8×1000, e faremo tanto bene al mondo”. Ma questo non è un buon motivo per non comprendere le radici della questione.

I problemi dell’8×1000 si riassumono nella gestione delle quote inespresse. Cosa fare col denaro di chi non sceglie? “Lasciarlo allo Stato” verrebbe da pensare, ma le cose stanno un po’ diversamente. «Il meccanismo delle scelte non espresse è quello che crea le maggiori distorsioni tra quello che è il testo legislativo nella realtà e quella che è la percezione comune dei contribuenti. Non scegliendo si pensa di non pagare per nulla o lasciare questa parte di imposta allo Stato, quando evidentemente non è così» spiega Marco Belfiore, avvocato membro dell’Istituto Nazionale Tributaristi. Già, perché le quote dell’8×1000 di chi non sceglie vengono automaticamente redistribuite secondo le percentuali indicate da chi si è espresso. In altre parole, i pochi che scelgono lo fanno per tutti. «Possiamo vederlo come un sondaggio: lo Stato decide di chiedere ai propri cittadini come utilizzare quella parte di denaro pubblico prelevata attraverso l’Irpef, invece di farlo decidere al Parlamento. Ed è in quest’ottica che sceglie a chi destinarlo, utilizzando le indicazioni di chi si esprime».

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