Nel conflitto che dilania la Siria sono morte più di 250mila persone. Come fermare questa immane strage? Quali sono le responsabilità dell’Occidente? Lo abbiamo chiesto al poeta siriano Adonis che in opposizione ad Assad lasciò la Siria per andare in Libano dove ha insegnato e fondato riviste. Prima di trasferirsi a Parigi dove vive in esilio volontario da oltre vent’anni.

«Per cominciare bisogna cercare di capire qual è il vero scopo di questa guerra», risponde con tono mite e insieme deciso. «Se il fine è instaurare la democrazia, abbattere governi tirannici, allora la Siria non è certo il solo regime di tutto il mondo arabo. Perché è stata scelta proprio la Siria? Occorre domandarselo. Ciò che è accaduto in questi mesi ha reso evidente che il fine era ben altro e riguarda mire di controllo dell’area. La primavera araba si è trasformata così in un conflitto internazionale per interessi economici e strategici. Conosciamo l’aspetto che riguarda il petrolio, il coinvolgimento della Russia e della Cina da una parte e dell’Occidente dall’altra. Si tratta di una guerra per l’utile, per il controllo del Medio Oriente, scaturita da calcoli che non sono assolutamente democratici né legati ai diritti umani. E nel frattempo un intero Paese è distrutto, il popolo decimato o costretto a vivere nella desolazione. In tutto questo la responsabilità degli occidentali è totale».

La primavera araba è stata all’inizio un bel risveglio ma poi – lei scrive nel saggio pubblicato da Guanda, Violenza e islam – non è riuscita a liberarsi dell’oppressione e dell’oscurantismo religioso.
Inizialmente abbiamo sperato. Io stesso ho scritto un libro sulla Primavera araba. Purtroppo si è trasformata in una guerra e in un conflitto mosso da interessi. Tutti gli arabi, tutti i musulmani oggi non sono altro che un mezzo per realizzare quello che l’Occidente americano ed europeo vogliono. E il risultato è catastrofico sotto ogni riguardo.

Perché la rivolta, alla fine, è andata incontro al fallimento?
Una Primavera, vale a dire una rivoluzione reale, deve essere realizzata e concepita da un intero popolo. Mentre qui non ha partecipato profondamente, l’iniziativa è stata di piccoli gruppi. Inoltre una rivoluzione, per essere tale, deve essere capace di svolgere un certo discorso che qui non è stato fatto. Il nostro problema è la mancanza di libertà della donna. Nessuno l’ha tematizzato. Il primo obiettivo non è stato liberare la donna dalla legge islamica, dall’oppressione religiosa, dalla sharia. Non ci può essere vera rivoluzione senza laicità. Nessuno ne ha parlato. Hanno paura perfino di pronunciare la parola! Un punto dirimente è la separazione tra Stato e religione, fra politica e fede. E di nuovo nessuno ne ha parlato. Una rivoluzione deve essere indipendente, invece c’è stata una chiara ingerenza straniera. Così in alcuni Paesi arabi alla fine siamo approdati ad una situazione peggiore di quella passata. La tirannia precedente era di natura militare, quella attuale pretende di essere di natura divina. Il tiranno militare uccide chi si oppone e ha un’opinione diversa dalla sua. L’Isis uccide nel nome di Dio! Oggi si viene fatti fuori per volontà di Dio. La tirannia imprigiona e ammazza le persone perché ne ha paura. Ma la tirannia teocratica uccide le persone perché le detesta, non pensa che siano esseri umani, li considera animali selvaggi a cui sparare. È davvero terribile.

L’egittologo e studioso di ebraismo Jan Assmann sostiene che il monoteismo sia intrinsecamente violento, perché pretende di imporre una verità assoluta, condannando come infedele chi non l’accetta. Ci sono assonanze con la sua riflessione?
Il monoteismo è certamente basato sulla violenza. Pensiamo alla Bibbia: ci sono due fratelli, uno uccide l’altro. Tutto questo viene accettato, addirittura difeso, con una spiegazione molto bizzarra, assurda: il male ha ucciso il bene. La violenza è fondatrice del monoteismo e tutta la storia del rapporto con l’altro da sé nella Bibbia è una storia di violenza. Analogamente l’Islam in quanto religione di Stato, già prima della morte del profeta appare fondato sulla violenza. I primi tre califfi sono stati assassinati. La guerra tra i successori di Maometto è durata cinquant’anni. Dunque tutta la prima età dell’Islam si basa sulla distruttività. Per non parlare dei versetti contenuti nel testo sacro, che sono innervati di violenza. Per approfondire il nesso tra violenza e religione nei monoteismi consiglio di leggere i libri di René Girard.

Lei accennava alla sharia e alla negazione dei diritti delle donne nelle Paesi musulmani. E negli altri monoteismi?
Accade lo stesso, se non peggio. Basta pensare a come la donna viene considerata nella Bibbia e dalla Chiesa. Ancora oggi c’è una setta ebraica che vieta all’uomo di vedere la propria donna nuda. Anche quando fa l’amore con lei. C’è un abito speciale con un buco. Io non ci potevo credere. Ho chiesto ad un amico ebreo e mi ha confermato che è proprio così. La visone presente nella Bibbia è analoga a quella espressa nell’Islam. Nel testo biblico si dice che la donna non è stata creata da Dio, come l’uomo. Egli è stato fatto a immagine di Dio. Ma la donna è creata da una costola maschile quindi è essenzialmente inferiore. Questa è una visione totalmente anti umana ed io sono radicalmente contro. Diversamente dalle altre letture del Corano (sunnita, sciita, wahabita) i mistici sufi esprimono una visione che dà alla donna grande importanza, la femminilità è in primo piano. Il mondo è fondato sulla femminilità non sulla mascolinità. In un certo senso è anti monoteista.

In Violenza e Islam citando poeti della tradizione classica come Al-Mutannabbi e Abu Nuwas, ricorda che la poesia araba più antica è piena di immagini, è soggettiva. Poi tutto questo si è perso nell’astrazione religiosa e nella rigidità del dogma. Che cosa rappresenta per lei la poesia oggi?
Che cosa è l’amore per te? Quale è il ruolo dell’amore? Cambiare il mondo? Cambiare l’interiorità, forse. Per diventare più liberi, più umani, più in rapporto con il resto del mondo. Dunque la poesia è come l’amore, non può cambiare la realtà materialmente. Al contrario è possibile che se un criminale uccide qualcuno, quest’azione possa cambiare un intero Paese. Quello della poesia è un altro livello, un altro mondo. È l’ideologia che ha generato rigidità perché pretende di utilizzare la creatività dell’essere umano in modo strumentale. No, la poesia come l’amore non ha niente a che fare con l’ideologia. Una donna può amare un uomo che non conosce, di un altro Paese, con un’altra cultura, che parla un’altra lingua. Questo è la poesia, è centrata sull’essere umano e sul fatto che l’essere umano è il centro del mondo. L’uomo non è mai un mezzo, tutto deve essere fatto per l’essere umano. In questo senso io ho sempre scritto poesie per vedere più a fondo in me stesso, per comprendere meglio gli altri e il mondo. ( traduzione Paola Traverso)

IL LIBRO VIOLENZA E ISLAM

Non ama la parola tolleranza, «che ha un fondo razzista», preferendo la parola uguaglianza. Rifiuta la religione perché esclude ogni possibile trasformazione ed evoluzione dell’individuo (in quanto creato da Dio). Perché nega l’identità femminile. E rende impossibile l’arte e poesia. Nel libro Violenza e Islam (Guanda) il poeta siriano Adonis (pseudonimo di Ali Ahmad Sa’id) parla in modo chiaro, senza infingimenti, dei pericoli del fondamentalismo, ma anche della religione in sé che pretende di ridurre tutto a un unico principio, ad una verità rivelata, imponendo «dogmi, maschili e feroci», obbligando alla ripetitività obbediente, impedendo la libera creatività. In questo libro il poeta indaga a fondo i fondamenti culturali e politici dell’Islam. Lo fa in maniera dialogica conversando con Houria Abdellouahed, non a caso una donna. La presenza femminile è centrale in tutta l’opera di Adonis pubblicata in Italia da Guanda, Donzelli e da Passigli. Un’opera poliedrica che si dipana da oltre sessant’anni ( Adonis è nato nel 1930 in villaggio povero della Siria) in saggi, di articoli, ma soprattutto in raccolte di versi. «Abbiamo da un lato l’Islam che sottomette la donna e stabilisce un rapporto servile attraverso il Testo», scrive Adonis in questo suo ultimo saggio. «Dall’altro lato c’è il poeta che definisce il femminile come desiderio e rinnovamento. Il femminile si rinnova di continuo, è l’infinito per eccellenza. Il femminile è essenzialmente contrario alla religione». La lingua dei poeti, secondo Adonis, si contrappone alla lingua del Corano. La poesia è legata all’esperienza umana più profonda, e per questo è viva, ricca immagini, personale, mentre la lingua del Corano «è bella ma retorica e impersonale». Anche per queste affermazioni il poeta siriano ha ricevuto attacchi e critiche feroci dal mondo musulmano. Lui risponde invitando a riscoprire la tradizione della poesia antica, maestri come Al-Mutanabbi, poeta iracheno vissuto a Kufa e poi ad Aleppo tra il 915 e il 965 che, insieme a tanti altri poeti, mistici sufi e filosofi, ha contribuito alla fioritura della grande civiltà araba. Autori in larga parte trascurati oggi nei programmi scolastici nei Paesi musulmani. «Non sono insegnati in modo adeguato» scrive Adonis. «Alcuni studenti conoscevano soltanto qualche poesia. Per il resto l’universo dei grandi poeti rimane sconosciuto, trascurato, non compreso». Anche per questo ha deciso di scrivere Violenza e Islam, (che sarà presto seguito da altri due volumi di taglio più filosofico) con l’intento di ripensare la tradizione araba più antica, per tornare ad interrogarla ed aprire un orizzonte di ricerca. Un lavoro che diventa immediatamente politico perché «gli arabi ignorano il loro corpus letterario e le loro fonti», scrive Adonis in questo libro a quattro mani. L’Islam promosso dal fondamentalismo «è una religione assolutamente senza cultura». L’intellettuale arabo, in questo contesto, rischia dunque di essere doppiamente esiliato. Costretto a vivere lontano dalla propria terra e condannato per apostasia. Ma la scelta di Adonis non è quella della mediazione arrendevole. A 85 anni, sfodera un sorriso dolce incoraggiando con forza all’esercizio del pensiero critico e allo spirito di ricerca. «Non ho fiducia nelle ideologie religiose, ma ne ho molta negli esseri umani che saranno capai di trovare strade alternative, nuove possibilità di cambiamento e dialogo democratico».

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