Un vecchio detto inglese dice che nella vita ci sono solo due cose sicure: la morte e le tasse. E a giudicare dall’ultima sentenza della Commissione antitrust europea il proverbio potrebbe valere anche per Apple. L’Irlanda infatti sarà obbligata a riprendersi indietro ben 13 miliardi che Apple, sulla base di una tassazione particolarmente favorevole in vigore nel paese, non ha pagato violando così le norme stabilite dall’Ue.
Sulla base infatti di quella che il Financial Times descrive come «un’oscura regola del sistema di tassazione irlandese stabilita per la Apple nel 1991», l’azienda di Cupertino è riuscita a pagare appena l’1% di imposte sui profitti realizzati in Unione Europea nel 2003, addirittura lo 0,005% nel 2014 e in totale negli ultimi 10 anni circa il 4%.

Cifre assolutamente sproporzionate rispetto ai guadagni stellari della multinazionale californiana. Il caso di Apple inoltre è particolare anche per questo: circa il 90% dei suoi profitti maturati all’estero sono canalizzati legalmente in Irlanda dove appunto il carico di imposta è nettamente inferiore rispetto ai paesi in cui quel guadagno è stato prodotto. A questo si aggiunge il fatto che difficilmente i vari paesi si possano imporre e rifiutare di collaborare con l’azienda di Cupertino visto che il valore di mercato che muovo i prodotti della mela all’estero è di circa 600 miliardi di dollari, ai quali si aggiungono migliaia di posti di lavoro ed investimenti vari per realizzare store e attività commerciali.

La sentenza – che non consiste in una vera e propria multa, ma appunto nell’obbligo per l’Irlanda di recuperare e pretendere da Apple le tasse non pagate tra il 2003 e il 2014 con l’aggiunta degli interessi – ha l’obiettivo di riequilibrare questo evidente divario di forze ed è una questione grande abbastanza da avere potenzialmente un impatto sulle imminenti presidenziali americane, sull’altrettanto imminente lancio dell’iPhone7, ultimo prodotto di casa Apple, e generare un’aspra battaglia legale. Sì, perché ovviamente né il governo irlandese né l’azienda fondata di Tim Cook hanno intenzione di darla vinta alla commissione e accettare a testa bassa la sentenza.

Apple non vuole sborsare l’esorbitante cifra e l’Irlanda che grazie alla sua tassazione agevolata è diventata la sede europea dei grandi colossi tecnologici (da Twitter a Google) non ha nessun intenzione di vedere fuggire queste imprese all’estero con la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro. «Sono in totale disaccordo con la Commissione antitrust Ue» ha commentato Michael Noonan, ministro delle finanze irlandese.

Tim Cook, amministratore delegato di Apple, invece aveva dichiarato al Washington Post già il mese scorso che il sistema fiscale irlandese non favorisce esclusivamente la sua azienda poiché è applicabile a qualsiasi società. In altre parole, Apple non ha ottenuto alcun trattamento speciale in Irlanda, non ha goduto di alcun aiuto di Stato e dunque non avrebbe infranto nessuna norma antitrust.
E se la questione per Cook non si pone nemmeno e gli estremi per il ricorso ci sono tutti, dall’altro lato si fa ancora più interessante per riflettere sullo strapotere delle nuove aziende del settore digitale, talmente ricche da poter essere al di sopra della legge. Un po’ come accadeva nei primi anni 20 del ‘900 con tycoon come Cornelius Vanderbilt e John Rockefeller. Se poi si aggiunge anche il controllo della maggior parte dei dati degli utenti web il panorama si fa inquietante abbastanza per sembrare un romanzo di fantascienza con echi da Grande Fratello.
In tutto questo però la Commissione sembra determinata a cambiare rotta e dar fastidio il più possibile ai paperoni del web e non solo. «Guardando avanti, l’obiettivo finale è che tutte le compagnie, grandi e piccole, paghino le tasse dove generano i loro profitti», ha dichiarato la commissaria Margrethe Vestager.
Il caso Apple sarà decisamente un precedente importante per determinare la nuova politica europea in materia fiscale.

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