Rajoy è senza maggioranza. Il socialista Sanchez non molla, quello a Mariano Rajoy è e resta un No. A niente sono valsi i suoi appelli disperati – «Il paese ha bisogno di governo con urgenza» – il presidente uscente e incaricato si presenta davanti alla Camera spagnola con la certezza di non avere i voti necessari per diventare premier. Senza alcuna sorpresa, quindi, si registrerà la bocciatura al primo voto di investitura.

Pedro Sanchez e i socialisti non fanno nemmeno un passo indietro: «L’articolo 99 della Costituzione dice che il candidato necessita della fiducia della Camera. Voteremo No perché non ha la nostra fiducia». Sanchez tiene fermo un No su basi politiche ed economiche, giudicando un eventuale governo Rajoy «conservatore e di continuità». E a chi lo accusa di voler precipitare in Paese nel caos con nuove elezioni, come Rajoy ma anche come molta stampa spagnola, risponde: «La responsabilità del fallimento del signor Rajoy per la sua investitura è esclusivamente del signor Rajoy, per la sua incapacità di ottenere una maggioranza».

In queste settimane, Rajoy è riuscito a convincere – oltre, ovviamente, ai suoi 137 deputati popolari – soltanto i 32 di Ciudadanos e l’unico deputato di Coalicion Canaria. Totale: 170 su 350, quindi al disotto della maggioranza assoluta di 176, necessaria per ottenere l’investitura al primo turno. Oltre al Psoe hanno annunciato voto contrario Podemos (71 seggi) e i 24 deputati nazionalisti e indipendentisti catalani e baschi.

Già certi di questa bocciatura, ci si prepara al secondo voto, previsto per venerdì, dove la maggioranza necessaria è quella semplice. Ancora nulla, insomma. Un altro risultato negativo di Rajoy è all’orizzonte. A meno che il Psoe non incappi in una spaccatura e qualcuno decida di disobbedire alla linea del partito. Cosa che appare altamente improbabile a giudicare dalle dichiarazioni di tutti i dirigenti.

Se i socialisti rimanessero compatti, invece, la palla passerebbe proprio a Pedro Sanchez che da sabato sarà il protagonista assoluto in quel di Spagna, con davanti a sé un bivio. Tra lavorare a una coalizione progressista con Unidos Podemos: «Se Sanchez farà un passo in avanti, noi staremo al suo fianco», “manda a dire” Pablo Iglesias a Pedro, sottolineando che, se proprio non vuole nuove elezioni, «è obbligato a cercare un’alternativa insieme a Unidos Podemos». Un governo targato Psoe e Unidos Podemos, del resto, sarebbe possibile, con un gioco di astensioni incrociate di nazionalisti e Ciudadanos. Oppure, se entro il 2 novembre la Spagna non avrà un nuovo premier, si torna a votare in dicembre, il giorno di Natale, per la terza volta in un anno. Quasi un eccesso di democrazia, tanto più se visto con occhi tricolore, dove invece non si vota da tre anni.

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