Un anno fa, il 2 settembre, il mare trascinava il corpo di Aylan Kurdi sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia. Un anno fa il mondo si commosse, rimase sconvolto, parlò, discusse della tragedia siriana. Da un anno a questa parte, in Siria si è continuato a combattere, le persone, quelle che rimangono nel Paese, hanno continuato a cercare di fuggire.

Certo, i flussi sono calati, il portale dell’Unhcr ci spiega che in Grecia fino al 31 agosto sono sbarcate 163.734 persone, contro le più di 850mila del 2016. Un calo netto, dovuto fondamentalmente all’aumento dei controlli e all’accordo illegale con la Turchia. In un anno, insomma, le cose sono leggermente peggiorate per chi è in fuga dalla guerra e il clima in Europa, che per un paio di settimane rimase colpita dal cadavere di quel bambino, la voglia di ribadire che i profughi sono i benvenuti sembra essere scomparsa. All’indomani della morte di Aylan la commissione europea approfittò per spingere l’Europa ad accettare una politica di redistribuzione, politica annunciata, negoziata, mediata e miseramente fallita: i profughi ricollocati dovevano essere 160mila, a oggi, quasi un anno dopo, sono state ricollocate 4mila persone e i posti resi disponibili sono meno di 13mila.

A luglio, i negoziati preparatori del vertice delle Nazioni Unite sui rifugiati del prossimo 19 settembre hanno rinviato al 2018 l’esame della proposta del segretario generale Ban Ki-moon di un “Global compact sulla condivisione delle responsabilità sui rifugiati”. «A settembre rischiamo di assistere a un altro conclave di leader mondiali che terminerà con dichiarazioni ipocrite mentre altri bambini resteranno a soffrire» – ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International «Se non si assumeranno maggiori responsabilità di fronte alla crisi che si sviluppa davanti ai loro occhi e se non accoglieranno un maggior numero di persone in fuga dalla guerra e dalla persecuzione, i paesi più ricchi condanneranno altre migliaia di bambini a rischiare la vita in viaggi pericolosissimi o a rimanere intrappolati in campi per rifugiati senza alcuna speranza per il futuro».

Secondo i dati raccolti da Unhcr i rifugiati siriani sono più di 4 milioni e 800mila, più di due milioni e mezzo in Turchia, il 70% sono donne e bambini. I morti nel Mediterrano, invece sono 3169 solo quest’anno, 3700 nel 2015. I bambini che arrivano via mare il 29% del totale.

Rimane la potenza di quell’immagine scattata da Nilufer Demir,  la giornalista dell’agenzia di stampa turca Dogan. «Spero fermi dramma», aveva detto. Il dramma non si è fermato ma certo quella fotografia ha avuto un impatto fortissimo. Anche gli artisti hanno reso omaggio al piccolo Aylan. Da ricordare il cinese Ai Wei Wei che qualche mese fa si è fatto ritrarre come Aylan in quella spiaggia maledetta.

Il piccolo Aylan morì insieme ai fratellini e alla madre, mentre il padre aveva cercato disperatamente di salvarli dopo che la barca si era rovesciata nel tratto di mare da Bodrum all’isola di Kos. Lo stesso padre, Abdullah, ad Arbil, in Kurdistan, oggi dichiara al Bild: «Ognuno al tempo ha sostenuto di voler fare qualcosa Ma che sta accadendo ora? Le persone continuano a morire e nessuno sta facendo nulla». L’uomo racconta che negli ultimi giorni è tornato a sognare la famiglia.

 

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