Dopo una breve vacanza, la questione del referendum costituzionale torna ad occupare, giustamente vivaddio, uno spazio centrale, nonostante il dramma del terremoto che ha colpito di nuovo il nostro Paese, fragile e bello. La questione della forma della nostra democrazia non è un fatto a se stante, neppure rispetto al dramma del terremoto, perché parte di una visione di Paese; di una visione del ruolo della classe politica, del potere dei cittadini e del peso delle associazioni che danno loro forza e rappresentanza sociale; di una visione, infine, del ruolo dei controlli istituzionali oltre che extra-istituzionali (in primis, i mezzi di informazione). Tutto questo si tiene insieme nella proposta di revisione costituzionale, e gli effetti potenzialmente perversi si mostrano anche in situazioni di emergenza come questa del terremoto. Il quale mette in luce la fragilità non solo dell’Italia fisica ma anche dell’Italia politica, del senso di legalità delle forze di governo e imprenditoriali poiché, come puntualmente si ripete in occasioni come questa, al danno del sisma si assomma quello di lavori eseguiti male e di una gestione della cosa pubblica o incompetente o lassista o disonesta; un nodo di problemi che mette il dito sulla piaga dell’opacità delle funzioni pubbliche. In casi come questo, come si ripete ogni volta che succedono, si vede come i sistemi di controllo preventivo, non solo di punizione a reato avvenuto, definiscono la fisionomia dello Stato e dell’apparato istituzionale.

Casi di emergenza come il terremoto dimostrano una volta di più come nessuna leadership può operare per il bene del Paese se le regole non impongono limiti al suo potere, e controlli e monitoraggi continui su ogni sua decisione. La revisione della Costituzione che questo governo ha pilotato a partire dal suo insediamento è volta ad allentare questi controlli e a rendere le decisioni del governo fatalmente più esposte non solo alla corruzione ma anche alla disfunzione. È proprio in casi dolorosi e tragici come questo che gli organi amministrativi dimostrano quanto poco ci si deve fidare delle promesse dei leader e quanto importante sia non lasciare mai chi governa solo a decidere.

Il referendum per il quale andremo a votare ci chiede di approvare una revisione in senso dirigista della nostra democrazia parlamentare, di dare il via libera a una nuova Costituzione che umilia il diritto dei cittadini ad essere rappresentati (soprattutto se si considera il combinato con la legge elettorale), che restringe il ruolo e lo spazio della sovranità popolare, che infine sbilancia il sistema decisionale a favore dei poteri delegati amministrativi, come appunto il governo. L’intero piano di riforma è concepito per rendere la presidenza del Consiglio più libera di operare. Il nuovo Senato può infatti ostacolare o rallentare l’attività legislativa della Camera, ma non ha alcuna incidenza sull’attività del governo, il quale inoltre può con la “clausola di supremazia” farsi rappresentativo dell’interesse nazionale e intervenire senza alcun limite in qualsiasi materia di competenza legislativa esclusiva delle Regioni “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.

A considerare l’intero pacchetto di articoli modificati, si vede che il solo organo che ne risulta rafforzato è il governo, ovvero il potere meno collettivo e più personale che opera nello Stato, ed anche quello delegato o quindi più distante dalla volontà popolare. Il presidente del Consiglio dei ministri – come il sindaco – assomiglia sempre più ad un amministratore delegato di una multinazionale che nomina il suo governo, impone alla Camera legislativa i tempi di lavoro, e subisce meno fermi e interferenze possibili da parte degli organi parlamentari.

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