«Qualche cazzata la facciamo anche noi» dice Beppe Grillo dal palco di Nettuno, provocando già così, non si capisce bene perché, le risate della piazza («Ah ah ah, ha detto cazzata, ti rendi conto?!!?!!!1!»). Sì, ha detto così, Grillo, e in quel “cazzata” c’è tutta la voglia di ridimensionare il caso Raggi, che poi è diventato anche il caso Di Maio, purtroppo per il Movimento, visto che il vicepresidente della Camera sapeva perfettamente dell’inchiesta aperta in Procura sull’assessore Paola Muraro, anche se non ha detto niente a nessuno e anzi ha più volte, pubblicamente, negato l’eventualità di un fascicolo. Lo dimostrano gli sms pubblicati da Repubblica e la mail pubblicata dal Messaggero, che oggi lui dice di aver «sottovalutato».

Si sono così scoperti ottimi pompieri, i 5 stelle, e persino ottimi attori, a cominciare da Virginia Raggi, per mesi presa in giro per le pose un po’ forzate regalate in alcuni video. Abbiamo tirato in ballo Boris, con decine di battute diverse, e invece – per dire – il video con cui Raggi comunica che Muraro resterà al suo posto (e che quindi lei è riuscita a tenere testa al Direttorio e persino a Beppe Grillo, che avrebbero voluto le dimissioni: ma solo Raffaele Marra verrà spostato ad altro incarico) è un capolavoro. Da nessuna parte si riflette il copione, il microfono non entra nell’inquadratura, la lettura è fluida, spontanea, e non traspare disagio neanche quando si dice «voglio spiegare con semplicità cosa è accaduto» e poi, in realtà, non si spiega nulla.

Perché questo è il succo di quanto successo ieri: il Movimento 5 stelle non spiega cosa è successo ma lo ridimensiona. Non spiega le liti al suo interno, non spiega perché nel Direttorio c’è chi gode per lo scivolone di Di Maio (come Carla Ruocco), ma si mostra «unito», come dice Grillo, che sul palco abbraccia tutti. Non spiega perché se quello che dice Di Maio è vero (che pensava che l’inchiesta su Muraro fosse frutto dell’esposto di Fortini, ex Ad di Ama nominato dal Pd, e quindi non meritevole di diffusione), non lo è stato anche per Pizzarotti, la cui inchiesta che gli è costata la sospensione è veramente frutto dell’esposto dei consiglieri del partito democratico. Non spiega, ma minimizza: «Qualche cazzata», come dice Grillo. Che poi sarebbe anche vero, perché la giunta Raggi non è la prima a cambiare assessori né capo di gabinetto (anche se è la più rapida a farlo), non è la prima ad aver un assessore coinvolto in un’inchiesta, che è cosa ben diversa da una condanna, se non fosse che questa vicenda tocca tutti i miti fondativi del Movimento, la trasparenza (l’inchiesta tenuta segreta), la democrazia diretta (le nomine decise nelle segrete stanze, con la “consulenza” di uno studio di avvocati), l’uno vale uno (il ruolo del Direttorio, il ruolo degli staff).

E invece no. La colpa alla fine è dei media, che hanno lasciato fare carne di porco di Roma ai partiti e che ora guardano le virgole nella giunta a 5 stelle. «Ma io ho le spalle larghe», dice Raggi. Ed è probabilmente vero. Perché sono le spalle di un Movimento che farà di tutto, dirà di tutto, per non perdere Roma. Non come il Pd con Marino, insomma, quando i 5 stelle erano ancora disponibili a cavalcare ogni retroscena dei giornali.

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