C‘è stato un tempo in cui gli americani, per sapere cosa succedeva nel mondo, accendevano la televisione e aspettavano che Walter Cronkite andasse in video in diretta. Dalla sua voce rotta hanno saputo di Kennedy e dalla sua voce entusiasta hanno saputo dello sbarco sulla luna. Voci autorevoli come quella, vissute come neutrali e autorevoli dal pubblico, ce ne erano in ciascun Paese. Gli italiani ascoltavano in Tg1 delle otto di sera, i britannici la Bbc. E così via.

Il panorama è leggermente cambiato. Tv via cavo e, soprattutto internet hanno moltiplicato le voci, segmentate, rese più approfondite in qualche caso, più partigiane, molto spesso, meno autorevoli per il pubblico generale. Tutti scegliamo un po’ a caso, non pagando e distrattamente, dalla scrivania, dal cellulare, dal tablet e non seguiamo percorsi pensati da chi lavora alle notizie ma, più o meno i nostri. L’unica cosa che somiglia a Walter Cronkite, nel senso che seleziona e rilancia le notizie degne di nota, decide cosa, quanto e come conoscere le notizie e con che taglio, oggi sono delle macchine. O meglio, degli algoritmi.

Il consumo di notizie attraverso i social network negli Stati Uniti

About 6-in-10 Americans get news from social media
Come quello che ha deciso che la foto di bambini vietnamiti in fuga dal napalm scattata da Nick Ut nel 1972 andava eliminata perché raffigurava delle nudità. La foto era inclusa in un post del giornale norvegese Aftenposten che parlava di sette foto che hanno cambiato il nostro modo di percepire la guerra. Dopo un ammonimento, una lettera di risposta che spiegava che la censura era una sciocchezza, il profilo dello scrittore norvegese Tom Egeland, che ne scriveva, è stato sospeso e la foto cancellata dalla pagina del quotidiano.

La risposta è una lunga lettera pubblicata da Aftenposten (che oggi avrà un record di contatti da tutto il mondo) nella quale il direttore e amministratore delegato Espen Egil Hansen spiega di essere preoccupato per il destino dell’informazione nell’era in cui Facebook (e Googlenews) selezionano in larga parte ciò che vediamo, leggiamo, come ci informiamo. Scrive Hansen:

Ascolta, Mark, questo è grave. Prima create regole che non distinguono tra la pornografia infantile e famose fotografie di guerra. Poi mettete in pratica le regole senza lasciare spazio per il buon senso. Infine censurate le critiche e la discussione in merito alla decisione – e punite la persona che osa esprimere critiche.

 

Quello del rapporto tra social network, censura e notizie è cruciale. Facebook ha licenziato i 26 moderatori che filtravano il feed e selezionavano gli articoli, c’è ancora qualcuno a verificare che ci sia connessione tra l’articolo pubblicato e la realtà, ma poco di più. Il risultato è stata la diffusione di una notizia falsa tra gli articoli visualizzati in alto nel feed – lo schierarsi in favore di Clinton della conduttrice di Fox News Megyn Kelly, che ha litigato con Trump durante un dibattito delle primarie.

La vicenda ha fatto scalpore, ma è solo la punta clamorosa di un iceberg enorme. Facebook censura senza criterio, come è il caso della foto vietnamita (o de “L’Origine del mondo” di Courbet), seleziona le notizie senza criterio – e nonostante una policy annunciata secondo la quale si sarebbe limitato l’accesso e la visibilità a quei siti che fanno clickbait, ovvero caccia al click sparando notizie false o deformate – non sempre aiuta le sue centinaia di milioni di utenti a saperne di più. Il social network non era nato così e non è stato pensato come strumento di informazione, ma vuole diventarlo. E anche se Mark Zuckerberg ripete ossessivamente che la sua è una piattaforma tecnologica e non una compagnia che produce informazione, il ruolo da oligopolista assunto da Facebook, così come da Google, nel settore chiama a responsabilità enormi. Come scrive il direttore di Aftenposten, censurare un nudo in Norvegia e in Pakistan allo stesso modo non ha granché senso. Questo è l’esempio più ovvio, ma ce ne sono migliaia e molti non ci vengono in mente: il tema è delicato e cambia di continuo, nuovi nodi, questioni si apriranno e il fatto che a Menlo Park sostengano di non voler sapere nulla di news è un po’ fare orecchie da mercante, far finta di non avere il ruolo che di fatto cerca di svolgere proprio fornendo strumenti e incentivando i media a pubblicare, gestire pagine, contenuti, video sulla piattaforma.

L’informazione, per quanto più libera e accessibile, sia dal punto di vista della fruizione che da quello della produzione e diffusione, è una materia delicata da trattare. Non è un problema solo e tanto di un settore in crisi per il quale nessuno ha ancora individuato una strada per tornare a essere economicamente sostenibile, ma un problema di democrazia. L’idea che a gestire il flusso di informazione siano dei logaritmi pensati da persone che non si occupano di notizie e che per di più si vivono e presentano come soggetti neutrali, come macchine trasparenti, è un problema grande, grave e serio. Qualsiasi cosa si pensi della vulgata sui giornalisti venduti così di moda nel nostro Paese.

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