Per essere certo che tutto andasse liscio, il governo cinese ha “convinto” un terzo dei 6 milioni di abitanti ad andar via da Hangzhou durante il G20. Ha proclamato una settimana di vacanza per creare il vuoto nei quartieri attorno alla sede del vertice, costringendo intanto i dissidenti ai domiciliari o a uscire dalla città. Viene da parafrasare la massima di Tacito: hanno fatto il deserto e lo hanno chiamato “summit sul futuro del pianeta”. In un’atmosfera da ghost town si è discusso di economia, riduzione delle disuguaglianze, guerra in Siria, dispute territoriali e clima, dimenticando – guarda caso – che alla base di tutti questi temi c’è il rispetto dei diritti umani. Nessuno lo ha ricordato durante il G20 e il nostro presidente del Consiglio, per inciso, non ha risparmiato di evidenziare «lo straordinario fascino della città» che ospitava il vertice e l’amicizia «molto forte» tra Italia e Cina.

Da quest’ennesima sagra dell’ipocrisia è emerso un elemento di novità sul fronte della lotta agli sconvolgimenti climatici: l’impegno di Xi Jinping e Barack Obama a ratificare gli accordi sottoscritti a Parigi lo scorso dicembre. Cina e Stati Uniti, i peggiori inquinatori del Pianeta che producono il 39,07% delle emissioni di gas serra, rendono più vicino l’obiettivo di tenere entro i due gradi l’aumento “record” della temperatura terrestre, le cui conseguenze catastrofiche sono già sotto i nostri occhi. Vicino ma tutt’altro che raggiunto. Intanto perché la ratifica da parte di Obama è una sorta di forzatura di fine mandato nei confronti di un Senato scalpitante (non a caso Trump ha annunciato che in caso di vittoria farà retromarcia). Poi perché nel comunicato conclusivo non si è riusciti a condividere una data entro cui far partire le nuove regole sul clima e non è scontato che le ratifichino i 55 Paesi, che rappresentano almeno il 55% delle emissioni, necessari. Un tempo avremmo fatto affidamento sul terzo inquinatore mondiale, l’Europa, e sulla sensibilità di gran parte dei Paesi membri. Dopo il voto per la Brexit, però, il Vecchio Continente deve ridefinire quali sono per ogni Stato gli obiettivi di riduzione delle emissioni, in attesa che la fuoriuscita del Regno Unito divenga ufficiale. E dovrà attendere la ratifica di ciascun Paese, perché l’Europarlamento non ha la legittimazione a farlo per tutti.

La strada dunque è ancora lunga e l’urgenza di abbandonare le fonti energetiche più inquinanti (carbone e petrolio) e i relativi sussidi ancora non fa breccia. In Italia si ragiona di maxi-piattaforme e gasdotti e sulle rinnovabili si fa marcia indietro nonostante le ottime prospettive in chiave occupazionale e di rilancio di un’economia diffusa. Ci si affanna a ragionare – sui tavoli del G20 come su quelli dei singoli Paesi – di “finanza green”, mentre su come affiancare alla “riconversione ecologica” una radicale “riconversione democratica” dell’economia e della società non ragionano né i cosiddetti Grandi, né l’Europa e tantomeno il nostro esecutivo.

Ancora una volta la miopia dei nostri governanti non riesce a condurli oltre un generico richiamo alla riduzione delle disuguaglianze. Se va bene si cita Keynes, ma solo per correggere temporaneamente il tiro tenendo saldo il timone del capitalismo. Tinteggiando di verde o di spesa pubblica il sistema attuale, magari per dar vita a nuovi settori di business senza mettere in discussione chi sta sopra e chi sta sotto, si elude la questione di fondo. E seppure ci fosse qualcuno disposto a prendere di petto la questione di fondo – quella di ripensare radicalmente le relazioni economiche e sociali tenendo al centro l’equilibro con le risorse disponibili – si fermerebbe davanti alla constatazione che una tale fatica non è spendibile nel breve termine. Così però, nonostante ratifiche e trattati, il clima non cambia. Almeno finché al posto del deserto quelli che stanno “sotto” non avranno costruito un rigoglioso giardino di diritti ed eguaglianza.

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