Andrea Pertici è professore di Diritto costituzionale all’Università di Pisa ed è consulente giuridico. Ha appena scritto per Lindau La Costituzione spezzata, in cui analizza i temi rilevanti del dibattito attorno al referendum costituzionale.

Cosa c’è che non va bene nella “grande” riforma della Costituzione?
Come dice Pizzorusso sempre ne La costituzione ferita, nemica delle riforme che servono è proprio la “grande riforma” perché questo determina che si mettano dentro un sacco di cose, alcune delle quali possono essere utili altre no, altre addirittura dannose. Ricordiamoci quella del centrodestra del 2006, davvero c’era dentro di tutto. La propaganda la presentava come una riforma che riduceva il numero dei parlamentari, ma questo era un aspetto del tutto marginale. Nel testo si prevedeva dal cambiamento della forma di governo alla modifica del bicameralismo. E lo stesso vale per la riforma di oggi.

Quali sono i principali luoghi comuni da sfatare sulla riforma Boschi?
Intanto la riduzione dei costi della politica. Si sono sparate cifre enormi, si è detto che si sarebbero risparmiati un miliardo, poi 500 milioni di euro. Per fortuna una nota della Ragioneria dello Stato, che è un organo interno al governo, quantifica il risparmio in 58-60 milioni al massimo.
Poi viene rilanciata in continuazione la questione della semplificazione, ma qui c’è un equivoco di fondo. L’Italia ha bisogno sì di semplificazioni ma nel funzionamento delle pubbliche amministrazioni, così come ha bisogno di un’amministrazione della giustizia più efficiente. I problemi nel rapporto tra potere pubblico e cittadino non vengono certo dal fatto che le leggi debbono passare dalla Camera e dal Senato. Peraltro, il Servizio studi servizio della Camera dei deputati ha evidenziato come al 30 giugno 2016, di 224 leggi approvate, 180 lo siano state con un solo passaggio alla Camera e uno al Senato.

Perché la riforma non semplifica a proposito di formazione delle leggi?
Mantiene molte leggi bicamerali esattamente come oggi e tra le altre, che seguono diversi procedimenti, quelle che verranno richiamate dal Senato dovranno poi tornare necessariamente alla Camera, quindi i passaggi da due diventeranno tre, senza tempi certi (tranne per il passaggio in Senato). Per di più una parte degli studiosi ritiene che la Camera possa comunque modificare di nuovo il testo, per cui il ping pong rimarrebbe in pieno. L’unica disposizione che introduce un termine è quella del voto a “data certa” per le proposte del governo. Ma allora diciamo la verità: qui non si tratta di semplificazione, è solo lo spostare il potere legislativo verso il governo. Che tra l’altro, mantiene sia i decreti legislativi che i decreti legge, non presenti in altri ordinamenti.

Ma è vero che la riforma costituzionale “ce la chiede l’Europa”?
Questo è un altro luogo comune. Se prendiamo documenti internazionali come uno studio Ocse del 2014 – tra l’altro citato dal governo durante un dibattito parlamentare – o il recente bollettino Bce n. 5/ 2016, vediamo che le riforme chieste all’Italia riguardano soluzioni per garantire la concorrenza, oppure la lotta alla corruzione: questi sono i parametri per cui un sistema può migliorare la propria efficienza.

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