Su Regeni mi viene in mente che siamo un Paese che sembra non riuscire ad avere una memoria lunga. Per allenarsi alla memoria lunga serve consapevolezza, conoscenza, schiena dritta ma soprattutto un’instancabile voglia di verità mentre l’Italia è un paese dalla voglia di verità stancabilissima. Non è tanto una questione di governi ma soprattutto una questione di cultura. Anche politica, in realtà: prendersi la responsabilità di “tenere su” un argomento anche quando non è più sull’onda della popolarità può essere un esercizio che non porta consenso ma che definisce un politico maturo.

Su Giulio Regeni alla fine comincia a comparire la muffa: quando una storia finisce nel recinto delle “battaglie per i diritti umani” significa (si può dire?) fuori dai giri della comunicazione pop, quella che urla tutte le mattine l’agenda delle nostre preoccupazione e che, soprattutto, cancellano i tormenti che il potere non vuole che ci tormentino.

Giulio Regeni è stato sbolognato con un tweet, un po’ di dispiacere preconfezionato e un inchino all’Egitto. Dicono che la marginalità sia il miglior detonatore per evitare cambiamenti eppure c’è un pezzo di Paese che continuerà a scriverne, parlarne, chiederne, indignarsi, alzare la voce, cercare le prove: Giulio non diventerà una ricerca su google. Giulio, anche da morto, lo vogliamo in piedi.

A costo di rovesciare i potenti. Come succede in giro per il mondo. Non si può mica sabotare, la memoria.

Buon sabato

(ps: sì, lo so, il sabato il buongiorno non dovrebbe esserci. Ma sinceramente possiamo anche scrivere un pezzo regalato per non sentirsi complici. O no?)

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