Sbatti il mostro in prima pagina. «Tiziana Cantone, gira un video hard con l’amante e diventa il nuovo idolo del web». Il titolo è quello di un articolo, fra i tanti dell’epoca, comparso poco più di un anno fa sul sito del Fatto Quotidiano (il cui link ora reindirizza ad un editoriale di scuse di Peter Gomez). Tiziana Cantone è la 31 enne che si è suicidata lunedì 13 settembre dopo che un video hard girato in privato era finito in rete diventando oggetto di meme e scherni, anche se per qualcuno evidentemente aveva avuto il merito di farla diventare “il nuovo idolo del web”. La vicenda di Tiziana è tragica e riapre un dibattito dolente nel nostro Paese, dove sembra ancora impossibile scardinare la retorica sessista del “se l’è cercata”. Ma il titolo di un anno fa del Fatto Quotidiano aggiunge a ciò che è successo i toni della superficialità e del grottesco. Quel nome e cognome messo lì in bella mostra, per acchiappare qualche click sull’onda del fenomeno del momento che imperversa in rete, sembra tanto la versione pruriginosa e sciocca di sbatti il mostro in prima pagina. Si legge nell’articolo:

«Magliette, video parodia e pagine facebook dedicate: lei Tiziana Cantone, il nuovo idolo del web. “Stai facendo il video? Bravo.” Questa la frase cult di tutta la storia. Partiamo dall’inizio: un video dove una ragazza tradisce il suo fidanzato praticando del sesso orale con l’amante. Lei chiede a lui come poteva essere definito il suo compagno affianco a lei, lui orgoglioso risponde “un cornuto” e il rapporto continua. Il video ha iniziato a girare su whatsapp ed è subito diventato virale.
Rivendicazione di un amante o marketing di una futura pornostar? Pare infatti che i video in rete in cui la vedono protagonista siano più o meno cinque. C’è chi la considera vittima, chi invece pensa che sia tutto un’operazione studiata a tavolino. In Campania è diventata un vero e proprio personaggio tanto da vantare numerose parodie tra le più cliccate su youtube “Stai facendo un video? 50 sfumature di Bravoh!” un mash up del trailer del primo film tratto dalla serie di E.L. James con le immagini del video bollente.
Su Ebay sono in vendita i prodotti con su stampata la frase diventato il primo tormentone di questa primavera 2015: dalle magliette per lui e per lei alle cover per gli smartphone. Ma oggi dove è Tiziana? Al momento non c’è nessuna notizia ufficiale e nessuna dichiarazione da parte sua. C’è chi ipotizza una fuga all’estero dopo il tam tam mediatico, chi invece sostiene che questo silenzio faccia parte della strategia di comunicazione. L’unica cosa certa è che al momento la ragazza è sulla cresta dell’onda».

D’altronde la notizia data dall’articolo si ferma lì, “nuovo fenomeno in rete”, “la ragazza è sulla cresta dell’onda”. Quando si tratta di fare like o farsi leggere (giornali o singoli utenti) siamo subito pronti ad usare qualsiasi cosa. Senza chiedersi ma poi? È davvero solo questo? Forse è solo che la solita vecchia storia di una donna vittima di quello che è a tutti gli effetti un abuso sulla sua privacy e diffamazione della sua persona, tira molto meno di quella di una potenziale porno star. È questione di narrazioni dominanti. Dominanti nel senso aggressivo, violento e fascista della parola.
E dopo il gesto estremo di Tiziana, i giornali si gettano su un’altra narrazione dominante quella del web dei cyberbulli, la colpa per quella morte è di internet e dei suoi meccanismi perversi.
Troppo facile, la colpa invece è nostra. È nostra quando con troppa facilità usiamo gli appellativi troia, puttana o zoccola. È nostra quando chiosiamo moralisti “se l’è andata a cercare”. È nostra quando ridiamo come i coglioni su cose che ridere non fanno se ci si ricorda che dietro c’è una persona. È nostra perché in questo mondo iper connesso dove tutto corre velocissimo abbiamo troppo raramente l’intelligenza o il coraggio di fermarci a riflettere prima di scrivere, postare, linkare, taggare. E nella fretta travolti dal flusso ci scordiamo che schiacciare il tasto “pubblica” (per un video hard privato come per un articolo su un eminente testata nazionale) non è un obbligo, ma un’azione che genera conseguenze.
È colpa nostra. Si parte da qui, per cambiare le cose.

Commenti

commenti