È dura avere più di 40 anni se lavori nella Silicon Valley. No, non è solo che i giovani under 30 sono più smanettoni e quindi più adeguati a lavorare nella “valle del silicio”, culla dei colossi del web e delle start up tecnologiche. Non è nemmeno il fatto che, superati i trenta, si mette su famiglia, si dà meno spazio alla carriera, si è meno disposti a lavorare di più e più duramente. Si tratta invece di discriminazione, non razziale e non di genere questa volta, ma di età. L’età media dei lavoratori americani infatti si attesta attorno ai 42 anni, ma se lavori nella Silicon Valley l’età media scende di oltre 12 anni: secondo i dati diffusi da Payscale in Apple è 31 anni. In Google e Tesla 30. In LinkedIn e Facebook 29. Per gli over 40 trovare un lavoro, soprattutto in campo tecnologico, sta diventando difficilissimo. Se da un lato i millennials dimostrano una maggior predisposizione delle generazioni precedenti per svolgere mansioni che hanno a che fare con web e social, dall’altro il motivo principale sembra essere quasi prettamente economico.
Perché infatti un’impresa dovrebbe assumere un programmatore con delle competenze che comunque devono essere aggiornate sulle esigenze della nuova azienda per un compenso annuale di 150mila dollari, quando può assumere un neo laureato che ancora non ha nessuna competenza specifica per 60 mila dollari? Anche mettendo in conto il costo di un maggiore tempo necessario per la formazione, il lavoratore più giovane rimane in ogni caso la scelta più conveniente per l’azienda.


Dal 2008 al 2015 le cause per discriminazione sul posto di lavoro per l’età intentate contro le 150 principali aziende della Silicon Valley sono state circa 226. Il 28% in più di quelle per razzismo e il 6% in più per disparità di genere


Se si guardano ai dati occupazionali rilevati nel 2015 negli Stati Uniti la generazione che è in percentuale meno inserita nel mercato del lavoro è la cosiddetta Generazione X (persone fra i 33 e i 49 anni), il 22% dell’intera popolazione occupata. Mentre i Millennials (tra i 18 e i 32 anni) sono circa il 45% e i Baby Boomers (fra i 50 e i 68 anni) il 31%.
Ma gli over 40 non hanno nessuna intenzione di cedere il passo e arrendersi così in fretta. Dal 2008 al 2015 le cause per discriminazione sul posto di lavoro per l’età intentate contro le 150 principali aziende della Silicon Valley sono state circa 226 stando ai dati riportati da Bloomberg e forniti dal California Department of Fair Employment and Housing. Per farsi un’idea di quanto questo numero indichi un fenomeno rilevante basta fare un paragone con le altre cause per discriminazione sul lavoro. Si scopre che le 226 per età sono il 28% in più di quelle per razzismo e il 6% in più per disparità di genere.

Non stupisce che ci sia chi, superati in 40, per cercare di tenersi stretto il posto di lavoro o di trovarne un altro, punta sul personal branding e sullo svecchiamento di stile, linguaggio e cv per sembrare a tutti i costi ancora giovane e smart.
Questo è il caso per esempio di Andrea Rodrigrez, raccontato sempre da Bloomberg.
Dopo aver perso il lavoro, superata la soglia dei 50 anni Andrea si è trovata a dover riporre nell’armadio i suoi tailleur. Non perché non avesse più in programma di continuare a lavorare, ma semplicemente perché aveva bisogno di sembrare più giovane per essere competitiva sul mercato. Dopo i primi colloqui, il capo delle assunzioni di un’azienda nella quale aveva fatto domanda per un impiego le spiegò: «Abbiamo due gruppi d’età concorrenti e molto diversi fra loro che vogliono questo lavoro, da una parte ci sono dei ragazzi appena usciti dal college e dall’altro persone più vecchie che arrivano ad avere anche 48 anni». Per Andrea fu una scoperta improvvisa, pensò che se voleva lavorare doveva correre ai ripari e così iniziò a studiare da millennials. T-shirt, giacche e vestiti dai colori sgargianti presero il posto dei completi eleganti; iniziò a informarsi su siti di social news frequentati da un target giovane come Reddit, imparò tutto quel che poteva sulle star del cinema del momento e sulle serie tv cult, addirittura cominciò a usare lo slang dei nati dopo la metà degli anni 80. Anche i social richiesero un grande impegno: raggiungere almeno 500 contatti su LinkedIn, aprire profili su Twitter, Pinterets e su Snapchat, iniziare a tenere un blog. Cinque mesi dopo Andrea Rodriguez aveva di nuovo un lavoro e proprio perché il capo delle assunzioni di una grande azienda si era accorto di lei tramite il blog.


Andrea per ritrovare un lavoro cominciò a “studiare da millennials”. T-shirt, giacche e vestiti dai colori sgargianti presero il posto dei completi eleganti; iniziò a informarsi su siti di social news come Reddit, imparò tutto quel che poteva sulle star del cinema del momento e sulle serie tv cult, addirittura cominciò a usare lo slang dei nati dopo la metà degli anni 80


Adrea Rodriguez non è la sola ad aver cambiato stile per sembrare più giovane e tenersi il lavoro, in rete si possono trovare varie testimonianze di persone che dichiarano di aver photoshoppato la foto di LinkedIn per sembrare più giovani e avere maggiori chance ad un colloquio o di aver abbandonato, anche se non senza qualche perplessità, giacca e cravatta per indossare felpe e T-shirt. «Mettendomi la maglietta ho trovato di nuovo lavoro, ma mi sento come se fossi costretto a vestirmi come loro» racconta per esempio Micheal, 55 anni, programmatore di un software di self-driving licenziato da Mercedes.
Sicuramente il mercato, complice la continua e rapida innovazione tecnologica, si fa sempre più spietato, ma non è necessariamente l’abito a fare il monaco. Chi è più vecchio deve lavorare di più per tenersi al passo, soprattutto se ha perso il lavoro dopo essere stato per anni in una grande azienda. «Se hai lavorato per 10 anni in qualche grosso colosso e sei stato licenziato, probabilmente sei rimasto indietro di almeno 6 anni» spiega Jonathan Nelson, amministratore delegato della Hackers/Founders, azienda della valley che organizza incontri per startupper. «Ho visto ingegneri tra i 40 e i 50 anni – continua Nelson – che ce l’hanno fatta e si sono riqualificati come sviluppatori di app mobile o che si sono specializzati sui Big data. Altri invece sono finiti a fare gli autisti per Uber».


Allo stay hungry, stay foolish di Steve Jobs sembra essersi aggiunto un nuovo imperativo per lavorare nella Silicon Valley: stay young. «È fondamentale sembrare più giovani possibili per essere competitivi in un’industria come questa popolata da ventenni» 


Allo stay hungry, stay foolish di Steve Jobs sembra essersi aggiunto un nuovo imperativo per lavorare nella Silicon Valley: stay young. «È fondamentale sembrare più giovani possibili per essere competitivi in un’industria come questa popolata da ventenni» spiega un ingegnere informatico 60enne che dopo sette anni di lavoro nella stessa azienda è stato licenziato di punto in bianco. Oggi, per cercare di fare colpo sui potenziali datori di lavoro, si presenta ai colloqui vestito con pantaloni a cavallo basso, camice casual e scarpe da ginnastica, ha approfondito le sue conoscenze nel campo del mobile e delle console per video giochi, si tinge i capelli bianchi e addirittura si è sottoposto a un intervento di blefaroplastica per togliere le rughe dagli occhi e sembrare più giovane.

Nella Silicon Valley sembra proprio non esistano vie di fuga dalla gioventù. E a pensarci bene l’idea è piuttosto inquietante, soprattutto se si mette in connessione l’idea di produttività con la trasformazione del corpo che molti si impongono per continuare a lavorare. «La tecnologia ha introdotto modi di lavorare e consumare che mettono in discussione il sistema economico basato sulla legge della domanda e dell’offerta. Tempo libero, attività in rete e gratuità saranno la moneta di scambio del futuro» scrive Paul Mason sul Guardian in un articolo dedicato all’era del Post-Capitalismo. Allo stesso tempo però la tecnologia mette nuovamente in discussione, in modo decisamente capitalistico, il rapporto tra il lavoro e il corpo dell’essere umano che si modifica sulla base dei “diktat” imposti dal primo. Volendo potremmo addirittura tracciare mentalmente una sorta di fil rouge con gli uomini-macchina di Fritz Lang in Metropolis. Qui non ci troviamo di fronte a catene di montaggio che impongono movimenti meccanici al punto di trasformarci in esseri umani che sembrano robot, ma ad un altro tipo di irrigidimento imposto dal lavoro: il congelamento dell’età, il rifiuto della vecchiaia (tanto caro alla nostra modernità liquida). E se il sistema per ritenerci validi e produttivi ci vuole giovani, allora saremo giovani. Costi quel che costi. E chissà cosa accadrà quando a compiere 40 anni sarà Mark Zuckerberg.

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