Ieri il presidente del consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, ha inviato una lettera ai 27 capi di Stato e premier che si riuniscono a Bratislava per un summit informale – l’assenza della Gran Bretagna, cugino dispettoso che ha lasciato la famiglia creando il caos lo rende tale, che formalmente senza tutti i membri, e Londra lo è ancora, non è un vertice che possa prendere decisioni.

La lettera spiega che non è tempo di business as usual, che bisogna fare uno scatto e rispondere alle inquietudini dei cittadini d’Europa perché, altrimenti, questi sceglieranno la strada del populismo nazionalista (non lo dice proprio così, ma il senso è quello). Come del resto hanno fatto i suoi cittadini eleggendo un governo che usa strumenti al limite del costituzionale per controllare i media e che è immediatamente entrato in rotta di collisione con Bruxelles. Alla fine della lettera Tusk cita in negativo la vecchia formula del Gattopardo («non possiamo fare come il Gattopardo, non possiamo cambiare perché non cambi nulla»).

Ma davvero il vertice è in grado di cambiare qualcosa? Dare risposte? E su cosa? Il presidente della Commissione nel suo discorso al Parlamento ha rilanciato dicendo: più Europa, difesa comune, investimenti, controlli alle frontiere. Niente di eccezionale, ma una qualche forma di agenda. I quattro del gruppo di Visegrad – Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, che ospita il vertice – hanno annunciato che proporranno una loro road map. L’immigrazione e la difesa dei valori tradizionali sono le loro ossessioni. Che pagano. I Paesi mediterranei si sono visti qualche giorno fa ad Atene e chiedono cambi di passo in materia di flessibilità di spesa, debito, austerity. La Germania di Angela Merkel, che fino a un anno fa ha dettato la linea su tutto, nel male dell’economia e nel quasi bene in materia di rifugiati, appare in difesa – ma resta di gran lunga il centro d’Europa.

La lettera di Tusk tocca tutti i punti nodali, le difficoltà che l’Europa ha in questo momento. Ma per capire la direzione in cui si rischia di andare, è bene dargli una letta.

Tusk sottolinea come la Brexit, che potrebbe innescare un effetto domino, specie con il referendum ungherese alle porte, non sia solo «un sintomo di aberrazione politica o semplicemente un gioco cinico dei populisti che sfruttano le inquietudini sociali (…). ma anche  un disperato tentativo di rispondere alle domande che milioni di europei si pongono tutti i giorni sulle garanzie di sicurezza dei cittadini e il loro territorio, domande circa la tutela dei loro interessi, il patrimonio culturale e il loro stile di vita. La gente in Europa, vogliono sapere se le elite politiche sono in grado di ripristinare il controllo su eventi e processi che li disorientano e, talvolta, li terrorizzano». Tusk nomina le paure generate dalla globalizzazione, l’incapacità di decidere e implementare le decisioni in maniera visibile ed efficace fondo alla lettera. I primi punti sono la Brexit, confini e migranti, paura del terrorismo.

Ancora una volta, insomma, i punti cruciali delle difficoltà europee, di società attraversate da insicurezza economica e mancanza di un progetto comune di futuro, sono l’invasione degli stranieri e la minaccia del Califfo. Nella lettera Tusk parla dello scorso anno come quello del «caos alle frontiere» rispetto al quale l’Europa è stata lenta, mettendoci troppo a «chiudere la rotta balcanica e firmare l’accordo con la Turchia. I cittadini hanno ascoltato troppi discorsi buonisti sull’Europa che non poteva diventare una fortezza». Ovvero, in fondo, i populisti avevano ragione e Angela Merkel, che è la persona più importante che ha fatto quei discorsi, sbagliava di grosso. A Merkel non è piaciuta questo colpo basso e vuole la parola caos tagliata dalla dichiarazione finale.

Non ne è forse una dimostrazione il pessimo risultato di Angela nelle elezioni nella sua Pomerania, dove i nazionalisti xenofobi dell’AfD hanno rubato voti a tutti?

Da diversi anni a questa parte, dalla crisi greca in poi, la risposta dell’Europa alle crisi è stata quella di perpetrare un modello che dal 2008 in poi segna il passo, non funziona, non genera crescita ma inquietudini, disoccupazione, paure. Si è cercato di negoziare sui trattati internazionali facendo finta di nulla, si sono colpiti i Paesi del Sud – e nuove nuvole sono all’orizzonte – ci si è divisi sulle grandi crisi internazionali o le si è affrontate con faciloneria, come in Libia. Si sono imposte regole severe in materia economica e non si è fatto nulla quando alcuni Paesi violavano i trattati internazionali e i diritti umani durante la crisi dei rifugiati. La letera di Tusk ripropone più o meno lo schema: serve uno scatto in materia di frontiere, immigrazione, terrorismo, perché le paure delle globalizzazione vengono da la. Tusk spiega ad esempio che occorre firmare i trattati commerciali, certo rassicurando i consumatori su alcune questioni.

Entrando al vertice Angela Merkel ha parlato di «sicurezza economia, più lavoro e terrorismo» e Tsipras di «agenda sociale, crescita e gestione dell’immigrazione umana». È una questione di accenti, ma certo Tusk, per non parlare del governo britannico, della presidenza francese e del blocco dell’est sembrano invece convinti che il tema sia uno e sempre lo stesso: quello che fa vincere le elezioni ai vari Orban e Le Pen. E che parlando la lingua dei leader della destra xenofoba, ma moderandone i toni, si spegnerà la minaccia populista nazionalista. Da due anni a questa parte non si fa altro e gli xenofobi crescono: se i problemi principali sono davvero il caos alle frontiere, il patrimonio culturale e lo stile di vita come scrive Tusk, allora le loro ricette semplici e brutali sono le migliori. E i leader europei che li inseguono, non capiscono che così facendo non salvano se stessi, ma danno loro un aiuto. I prossimi vertici ufficiali, a novembre e dicembre e i sei mesi che seguiranno – a marzo c’è un vertice a Roma – ci diranno che strada sceglie l’Europa. Al momento il bivio sembra quello tra una ripetizione di formule burocratiche e richiami all’unità e un passo nella direzione voluta dal gruppo di Visegrad. Non una bella scelta.

 

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