«Non lo fo per piacer mio ma per dare un figlio a Dio», era la massima spesso ricamata sulle camicie da notte delle nostre bisnonne, o trisavole, giusto perché fossero ben chiari il ruolo, la funzione e soprattutto le aspirazioni di una “brava donna” dell’epoca. Camicie che a volte presentavano un parimenti ricamato foro all’altezza dei genitali onde evitare l’inopportuna rimozione dell’indumento.

La stessa frase era consigliata a ripetersi, tipo mantra, per tutto il coito: distraente e mortificante al punto giusto. D’altronde, sull’identificazione della donna e del suo relativo prestigio sociale con un buco procreatore si potrebbe parlare per ore. D’altronde, erano anche i tempi nei quali al momento del parto, alla fatidica domanda se salvare madre o figlio, il manuale del buon confessore suggeriva di squartare la donna per riuscire almeno a battezzare il feto.

In tempi più recenti scomparivano i ricami-disclaimer dalla lingerie, ma non l’imperativo morale sottostante, e si aggiungeva la patria come obbligatorio destinatario degli sforzi ovulatori e puerperali (“Se nasce l’ottavo lo chiamiamo Adolfo” viene detto, anzi no, ordinato alla Loren nelle ultime battute di Una giornata particolare).

Ma, accidenti, poi ci sono stati che so, Pincus, la rivoluzione sessuale, il secolarismo avanzante, il femminismo e i femminismi, il divorzio, l’aborto, la crescente elaborazione consapevole della fondamentale importanza dell’autodeterminazione dell’individuo in quanto tale, soprattutto in relazione alla propria libera sessualità. Poi, nel 2016, c’è stato il Fertility day (rumore di freno a mano). Una campagna costosa e assurda della quale già si è per fortuna detto e criticato abbastanza, da più voci autorevoli, sotto più fronti, sotto più aspetti. Più che un tuffo, un ceffone in quel passato che non invoglia poi tanta nostalgia.

Campagna che fa acqua (di fogna) da tutte le parti. Da quella statistica (l’Italia farà pure meno figli di una volta, ma il mondo-pianeta scoppia e volenti o nolenti ci dobbiamo entrare tutti) a quello traducibile in: no lavoro, no welfare decente, no soldi, no figli, che volgarmente pretenderebbe di pretermettere il pargolo alla propria cena. Sempre a proposito di acqua, il bene comune sarebbe la fertilità (caratteristica fisica casuale e individuale) e chi se ne importa della persona che ne è, sempre casualmente e individualmente, portatrice. Fertilità a tutta birra, insomma.

A meno che non si sia interessati all’applicazione di una ormai quasi decente legge 40, però. Che in quel caso è preferibile mettere tutti i paletti possibili. Così come più che paletti vere barriere architettoniche sono innalzate all’applicazione della 194. Almeno in questo si è coerenti: meno aborty, più fertility. Poco importa che per la disapplicazione di un diritto fondamentale riconosciuto per legge arrivino condanne anche in sede europea: per la nostra ministra va tutto bene.

Forse meno coerente trattare le quarantenni da bambine imbecilli, sventolando loro sotto il naso una clessidra o un alienato – e chiaramente destinato al fallimento – figlio unico, mentre ci si guarda bene dal fornire un qualsivoglia rudimento di educazione sessuale (il Gender!) alle adolescenti. Si è parlato di fraintendimento. Una cosa sono le cartoline per i social, altra i veri scopi del progetto. In effetti sono peggio. Il Piano Nazionale della Fertilità (brividi) al cui interno è inserito il tanto incompreso Day sostiene che «la sessualità non è un accessorio del nostro comportamento avulso ed enucleabile dalla funzione riproduttiva». La fregatura è che non danno più le camicie col buco in omaggio. In ogni caso c’è poco da preoccuparsi. Lo sanno tutti che la madre dei cretini è sempre incinta.
*Portavoce e responsabile iniziative legali Uaar

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