Accade ogni giovedì pomeriggio dal 30 aprile 1977. Con un fazzoletto bianco annodato in testa, simbolo di una lotta pacifica mai combattuta ad armi pari, le Madri di Plaza de Mayo marciano di fronte alla Casa Rosada. In silenzio, per 30 minuti, intorno alla piramide su cui si affaccia il palazzo presidenziale, sono lì a mantenere viva l’attenzione verso la tragedia dei desaparecidos. La fine di un processo, la condanna dei responsabili, la ricostruzione della verità, la memoria, la giustizia per i loro figli rapiti, torturati, uccisi e fatti sparire, sono i pensieri “fissi” di queste donne oggi ultraottantenni. «Le pazze di Plaza de Mayo», così venivano apostrofate dai golpisti durante gli anni della dittatura civico-militare (1976-83), oggi sono tra coloro che lottano contro le politiche neoliberiste del presidente Macri. Alla marcia numero duemila, che si è svolta l’11 agosto, ha rischiato di non poter partecipare Hebe de Bonafini. Sulla storica leader delle Madri pendeva un mandato di cattura. È stato ritirato all’ultimo momento grazie alla rivolta spontanea di centinaia di persone che a Buenos Aires ne hanno impedito un arresto fondato su accuse inconsistenti.

Non è che l’ultima di una serie di azioni compiute per imbavagliare, intimidire, annichilire chi si oppone o è d’intralcio alla controriforma di Macri, definito da Bonafini come il nuovo «Mussolini, anzi, peggio, Hitler». Il pensiero corre a iniziative dell’attuale governo come l’arresto di Milagro Sala, parlamentare e attivista di Tupac Amaru in carcere da 200 giorni senza processo, ai licenziamenti di massa nel settore pubblico rivitalizzato dopo la crisi del 2000, ma anche al taglio dei fondi statali alle Nonne di Plaza de Mayo. Anni di conquiste sociali e civili polverizzati in pochi mesi, cosa sta accadendo in Argentina? Chiediamo alla scrittrice Elsa Osorio, autrice di un potente libro denuncia sui vent’anni dittatura, I vent’anni di Luz, mentre in Italia esce All’improvviso la verità edito da Castelvecchi che il 19 settembre viene presentato da Andrea Speranzoni alla libreria Coop Zanichelli di Bologna.

Nel suo Paese aveva preso avvio un importante lavoro di elaborazione della memoria. Rischia di essere interrotto dal presidente Macri?
Sì, credo che questo sia un rischio reale. Oltre a quelli già elencati ci sono altri indizi terribili. Ne posso citare uno, benché simbolico è più che inquietante: il 24 marzo, l’anniversario del golpe, è diventato ormai un movimento di massa. Gruppi politici e organizzazioni che si battono per i diritti umani continuano a ripetere nunca más, “mai più” ci sarà la dittatura. E io con loro. Fino a pochi mesi fa pensavo che non sarebbe più potuto accadere. Lo penso anche ora, ma quest’anno, nel quarantennale è stato invitato Obama. Un’offesa assoluta. Le dittature in America Latina e il Piano Condor, ordito dalla Cia, hanno a che vedere con gli Stati Uniti: come si è potuto invitare proprio il presidente Usa? La manifestazione è stata impressionante, forse ancor più degli anni scorsi. Alla fine Obama ha lanciato un fiore, assieme a Macri, sul Rio de la Plata, come omaggio ai desaparecidos gettati lì dai voli della morte. A me questa è sembrata una provocazione. Ci sono dei settori della società che parlano dei torturatori responsabili d genocidio come di poveri anziani maltrattati. Non credo che saranno liberati, perché nel Paese si è sviluppata una presa di coscienza importante, ma questi sintomi sono inquietanti e il pericolo esiste.

«Gli anni della dittatura sono stati un esilio interiore per me», lei dice a Cristina Guarnieri nel libro intervista All’improvviso, la verità. Come è riuscita a sopravvivere alla dittatura?
Fui licenziata per via della legge di sicurezza nazionale che non mi permise più di lavorare da nessuna parte, ma rimasi in Argentina. In quel contesto nacque quella che in seguito sarebbe stata chiamata la «cultura della vita parallela»: la gente studiava e faceva mille cose di nascosto. Fu un inferno. Io sono riuscita a sopravvivere non per qualche speciale ragione. Ho sempre avuto consapevolezza del fatto che sono una sopravvissuta. Sono viva,come moltissimi altri potevo esser già morta. Per questo ogni giorno della mia vita mi dico che non bisogna fermarsi fino a che tutti i colpevoli non saranno stati giudicati.

Quando Menem concesse l’indulto ai militari lei decise di trasferirsi in Spagna. Finita la dittatura fu una ferita anche vedere l’amnesia che il governo voleva imporre?
L’indulto per i criminali condannati durante la presidenza di Alfonsin, il primo governo democratico dopo sette anni di dittatura, fu insopportabile. Seguirono le leggi d’impunità che solo anni dopo divennero incostituzionali. Tuttavia l’Argentina è riuscita in qualcosa di cui mi sento orgogliosa: poter giudicare e condannare centinaia di genocidi. Eppure tutto questo è di nuovo in pericolo e di nuovo con un governo democratico.

In Spagna cominciò a lavorare a I vent’anni di Luz. La storia dei niños robados in Argentina trova un precedente sotto la dittatura franchista, quando in nome di Dio e della patria venivano tolti i figli alle repubblicane per darli a famiglie vicine al regime. Alla morte di Franco divenne un business gestito da suore. Che ne pensa?
Mi ha sempre stupito il fatto che pur avendo vissuto tanti anni in Spagna ho sentito parlare dei bambini rubati solo quando sono tornata in Argentina. Le due vicende sono abbastanza diverse ma con un punto in comune: questo crimine orrendo del furto dei bambini. In Spagna una tragedia è stata trasformata in un commercio che ha arricchito anche la Chiesa. In Argentina la Chiesa fu assolutamente compiacente con la dittatura, tanto che l’ambasciatore vaticano Pio Laghi disse una volta alle Nonne di Plaza de Mayo: «Non preoccupatevi, signore, le famiglie che hanno i vostri nipoti hanno pagato molto bene, per cui i bambini staranno molto meglio con loro di come sarebbero stati con i vostri figli sovversivi».

 

Desaparecidos, Bergoglio apre gli archivi ( ma solo a metà)

Tra i Paesi latinoamericani che negli anni 70 hanno vissuto il terrore della dittatura, l’Argentina è quello in cui una volta ristabilita la democrazia (1983) i golpisti si sono sentiti meno al sicuro. Dopo la lunga parentesi determinata dalle leggi di Punto final (1986) e Obediencia debida (1987), e dagli indulti firmati dal presidente Carlos Menem nei confronti dei militari condannati dal suo predecessore Alfonsin, norme poi decadute nel 2005 perché incostituzionali, la giustizia ha ripreso a lavorare con il sostegno dell’opinione pubblica, condannando centinaia di genocidi della “guerra sporca”. Ancora oggi sono in corso molti processi sull’appropriazione di bambini e contro i principali responsabili del golpe. Diversa è la questione che riguarda la verità sulla sorte di quasi 30mila desaparecidos. Dove sono i corpi, quando e come sono morti, chi li ha uccisi? Si tratta di crimini contro l’umanità e sono domande in troppi casi senza risposta. Molti dei tasselli che mancano sono custoditi negli archivi segreti della Santa Sede e della amministrazione Usa che tramite la Scuola delle Americhe a Panama ha formato 60mila militari sudamericani, iniziandoli alle più efficaci tecniche di repressione, spionaggio militare, interrogatori e torture. Bergoglio, da papa, ha espresso a più riprese l’intenzione di aprire alla consultazione gli archivi vaticani. Stando alle dichiarazioni ufficiali è solo questione di tempo. «C’è un lavoro di catalogazione in atto e si prevede che possa essere completato nei prossimi mesi, dopo di che si studieranno i tempi e le condizioni di consultazione» ha annunciato padre Federico Lombardi a marzo 2016. Cosa c’è scritto in quelle carte? Chi potrà consultarle? Una figura chiave è Pio Laghi, il nunzio vaticano a Buenos Aires dal 1 luglio 1974 al 21 dicembre 1980. «Ancora non è chiaro se la Santa Sede aprirà solo gli archivi della nunziatura a Buenos Aires, oppure anche quelli di altre nunziature che contengono informazioni sul periodo della dittatura» racconta a Left Luis Badilla, direttore del sito di informazione religiosa “Il sismografo”, che ha scavato a fondo nelle carte delle diocesi argentine e nella corrispondenza privata di Laghi. «Il nunzio – prosegue Badilla, interpellato in occasione di un incontro sul tema organizzato alla Fondazione Basso dall’associazione 24marzo – mandava in Vaticano i suoi rapporti sulle persone scomparse. Esiste una lista di circa 5mila nominativi». I familiari si rivolgevano sempre in chiesa per avere notizie e tramite i vescovi Laghi riceveva i nomi delle persone la cui sorte era sconosciuta. Dopo di che girava la domanda al ministro dell’Interno: che fine hanno fatto? «Spesso la risposta è stata “di questo non sappiamo nulla” oppure “ci risulta all’estero”». Parole di ghiaccio dietro cui si celavano le sparizioni forzate, che Laghi diligentemente ha annotato nei suoi dispacci ufficiali. Il 24 marzo il presidente Obama ha consegnato al suo omologo Macri alcuni archivi desecretati della Cia. Negli Stati Uniti i documenti declassificati vengono consegnati alla stampa, come si regolerà il Vaticano? «Con ogni probabilità – racconta Bonilla – saranno dati in versione cartacea e digitale alla magistratura argentina, eventualmente al governo, probabilmente a organizzazioni di diritti umani tra cui le Nonne di Plaza de Mayo. Ma non ai giornalisti. La Santa sede non avrà rapporti diretti con i media. La questione è oggetto di trattative in questi mesi. Le carte saranno consegnate solo a chi ne farà un uso legittimo e utile». Via il segreto ma a piccole dosi, il diritto di cronaca su dei crimini contro l’umanità per il Vaticano può essere letale. ( Federico Tulli)

 

 

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