«I disegni di Hokusai…le onde sono come artigli che si aggrappano alla nave e riesco quasi a sentirti», scriveva Vincent van Gogh, che si innamorò dell’arte giapponese, benché lui fosse soprattutto un artista del colore, sfrangiato, materico, potente.

Lo tsunami d Hokusai è diventata l’immagine simbolo dell’arte grafica giapponese, ma raramente in Italia lo si è visto dal vivo, con tutta la sua potenza di linee, di movimento, ma anche, sorprendemente, di colore. In Palazzo Reale a Milano campeggia accanto ad altre ducento opere di Hokusai (1760-1849), di Hiroshige (1797-1858), di Utamaro (1753-1806) e di altri maestri dell’arte giapponese del XVIII e XiX secoli. Dal 22 settembre al 29 gennaio 2017 la mostra curata da Rossella Menegazzo permette di vedere dal vivo le trentasei vedute del Fuji di Hokusai a cui seguirono a distanza di quasi vent’anni le trentasei dvedute del Fuji di Hiroshighe. E poi i sorprendenti manga di Hokusai, le raffinate stampe eroriche di Utamaro e molte altre opere provenienti dalla collezione della Honolulu Museum e che permettono di conoscere più da vicino l’ arte del mondo fluttuante. Accompagnata da un catalogo Skira, la rassegna organizzata da MondoMostre in occasione dei 150 anni delle relazioni tra Giappone e Italia, approfondisce il tema della cultura ukiyoe dei quartieri del piacere nella Tokyo premoderna dove nacque la moda delle stampe erotiche, fra le espressioni artistiche più longeve e diffuse in Giappone, anche fuori dalle ristrette elite di potere di questo paese dell’estremo Oriente che fino al 1868 ha mantenuto una struttura sostanzialmente medievale.

Parliamo di un genere d’arte che ha attraversato quattro secoli di storia, dalla fine del XVI al XX secolo, in varianti originali, grazie a maestri come Hokusai e Utamaro che nseppero creare opere uniche entro un canone rigido e standardizzato fatto di lunghe sequenze di immagini raccolte in rotoli o in libri: scene erotiche al tempo stesso stilizzate in cui figure anonime di uomini e donne si stagliano definite da forti linee nere e da ampie campiture di colore senza chiaroscuro. Immagini all’apparenza seriali ma che ci parlano di una cultura giapponese libera dall’idea di peccato originale e da ogni cristiana condanna del desiderio. Le opere in mostra a Milano trasmettono il senso più profondo della raffinata cultura ukiyoe in cui pittura, teatro kabuki e poesia erano strettamente legate.  Puntando sulle rappresentazioni più delicate e allusive.

Utamaro

Utamaro

La collezione del museo di Honolulu privilegia le immagini di corteggiamento e le storie d’amore  ma l’arte erotica giapponese a hanno toni più espliciti. In Giappone infatti c’era una notevole produzione di arte erotica che conservava un legame con i miti arcaici della fertilità e con l’antica tradizione scintoista nella raffigurazione gli organi sessuali in primo piano; un genere artistico che solo oggi riemerge compiutamente. Perché dopo l’occidentalizzazione il Giappone l’ha censurata, mutando dall’Occidente cristiano un senso di condanna. Diversamente da quel che accadde nel Sol levante, nella storia dell’arte occidentale troviamo poca produzione erotica e molto nudo. Nell’arte fluttuante nata dalla borghesia giapponese, invece, troviamo stampe, grandi dipinti, lunghi rotoli, numerose tavole che illustrano gli atti dell’amore. Perlopiù senza ricorrere al nudo. Nella pittura sacra occudentale dove il nudo inteso in senso erotico era proibito, si ricorreva al mito e agli “dei falsi e bugiardi” per poter rappresentare una bella donna svestita oppure lo si privava di senso leggendo in senso allegorico. In Giappone, invece, come racconta nei suoi libri  un esperto di Giappone Gian Carlo Calza, non se ne sentiva l’esigenza, perché c’era un rapporto più disinvolto con il corpo e persone nude si vedevano ogni giorno nei bagni pubblici come negli attraversamenti di corsi d’acqua e di fiumi. Allora che cosa cercava il pubblico borghese dei quartieri del piacere in questo tipo di rappresentazione del rapporto sessuale fra uomo e donna? Cercava la trasgressione. Non è un caso che molte scene rappresentino amori fugaci o illeciti. Perché la rigida etica samuraica non era favorevole al sesso che, si pensava, distogliesse dalla disciplina. E più la borghesia con cui i samurai erano indebitati prendeva piede, più loro irrigidivano il proprio codice.

Così mentre le cortigiane erano dette “rovina castelli”in Giappone, le ragazze di buona famiglia dovevano rigare dritto se non volevano guai. Come racconta uno dei primi capolavori della letteratura giapponese Genji il principe splendente: il primo romanzo psicologico giapponese scritto nel 1008 da una donna di corte. Nel Seicento le grandi cortigiane erano donne colte che sapevano suonare e improvvisare versi, la realtà femminile in Giappone restava in gran parte in ombra e sottomessa. Ed è a a partire dal Seicento che compaiono famose cortigiane nelle stampe erotiche. Poi sempre più raramente. Le giovani donne che vediamo in primo piano nelle stampe erotiche sono perlopiù delle prostitute. Ma in altri casi no, come accennavamo, vengono rappresentate delle scene d’amore. E in questo caso artisti come Hokusai toccano il massimo dell’espressione, anche solo attraverso la rappresentazione di un appassionato scambio di sguardi.

milano

Hokusai Fuji

Hokusai Fuji

Hokusai

Hokusai

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