Tutti concentrati sulle Olimpiadi, sul no di Virginia Raggi, per qualche giorno non abbiamo solo – per la gioia di Palazzo Chigi – accantonato i dati sull’occupazione, il calo delle dimissioni volontarie e l’aumento dei licenziamenti, ma anche la questione delle deleghe vacanti in Campidoglio. Bilancio, partecipate, personale: i dossier lasciati in disordine con le dimissioni di Minenna non sono ancora stati riassegnati e, con il bilancio da chiudere, la questione è invece seria.

Più seria certamente che stabilire se Virginia Raggi sia effettivamente una cafona che lascia il capo dello Sport italiano in anticamera o se la scortesia sia stata un brusco ma efficace trucco di comunicazione (la seconda!), buono per rimarcare la distanza da un potere effettivamente forte, e un uomo simbolo di un sistema da cui i 5 stelle si son sempre detti estranei. Virginia Raggi ha fatto quello che Marino non ha voluto fare, sbattendo in faccia a Malagò (e quindi a Renzi) il fatto di aver scelto per la candidatura Olimpica i volti noti di Roma90 e Roma09, non esattamente due successi, urbanisticamente parlando. «Ho assistito a un comportamento sconcertante e umiliante per chi ha l’onere e l’onore di amministrare la Capitale», dice Luca Cordero di Montezemolo, che però non ha capito che la questione è politica: «Ho avuto l’impressione che la sindaca abbia parlato sotto dettatura, come una macchina telecomandata, sicuramente in modo non rispettoso delle istituzioni sportive, costrette a fare anche anticamera». Raggi era sotto dettatura, sì: di Grillo e della comunicazione 5 stelle.

La nomina al bilancio è urgente, e infatti arriverà. Anche perché Raggi deve far bella figura all’evento palermitano dei 5 stelle. Di curriculum in curriculum (in realtà, di no in no) il nome dovrebbe esser quello di Salvatore Tutino, ex giudice della Corte dei conti, in pensione, già dirigente del ministero dell’Economia. Un profilo molto simile a quello di De Dominicis. «Salvo sorprese», è però d’obbligo scrivere. Perché l’interessato non ha ancora sciolto la riserva, temendo comprensibilmente di durare un paio di giorni come il collega, magistrato nominato e mai entrato effettivamente in carica. E ci sarebbe poi il problema di una vecchia polemica cavalcata dal Movimento proprio su una nomina avuta da Tutino, quando l’allora governo Letta nominò il pensionato alla Corte dei conti, giusto prima che entrasse in vigore il divieto di cumulo. Protagonista della polemica fu la deputata Carla Ruocco, membro del direttorio che, insieme a Roberta Lombardi, ha pubblicamente rotto con Raggi e che potrebbe non farsi sfuggire l’occasione per intervenire ancora.

Tra indiscrezioni e polemiche, la nomina comunque arriverà – prima o poi. Con una sola certezza, che il prescelto non sarà un politico, ma un tecnico come ormai fa tutta la politica, il Pd affidandosi puntualmente a banchieri o economisti e il movimento prediligendo i magistrati. Non è stata così accolta la provocazione – assai ragionevole – che dalle pagine di Left aveva mandato a Raggi Roberto Saviano: «Alessandro Di Battista assessore al bilancio», è il messaggio che ci aveva affidato Saviano, «è un fedelissimo, è romano, la base ha fiducia in lui. Dai comizi nelle piazze alle responsabilità concrete il passo è obbligato. E sarebbe meglio che in questa fase la responsabilità fosse tutta politica».

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