«Belìn, cinque anni di vita quando ne hai già sessanta non sono come cinque anni quando ne hai venti!». È il disperato sfogo di Riccardo, che nel 2011 ha visto svanire cento progetti per l’imminente pensione e come tanti è stato inchiodato al lavoro dalla riforma Bce-Goldman Sachs-Fornero. Le statistiche gli danno ragione: la speranza di vita in salute è in calo in Italia e in gran parte dell’Occidente. Oggi un cinquantenne, uomo o donna, può aspettarsi di vivere ancora 17 anni senza malattie e limitazioni fisiche, arrivando così a 67 anni, guarda caso l’età minima prevista per la sua pensione. Mentre la vita in salute si accorcia, la vita lavorativa si allunga, portando l’età del ritiro a coincidere con l’esaurimento fisiologico del potenziale produttivo dei lavoratori. Dopo, come per i cavalli, l’ideale sarebbe abbatterli.

I liberisti mirano a posticipare ancora le pensioni, in attesa di abolirle del tutto. La rivista The Economist lo ha esplicitato sotto l’inquietante titolo “Sono i 75 i nuovi 65?”, ammonendo “Tu sei vecchio quanto senti di esserlo” e prefigurando come “l’età calcolata in anni cronologici potrebbe presto diventare irrilevante”. Dietro la coltre di propaganda si cela la solita ragione: tagliare i costi. Riducendo la durata e quindi l’entità complessiva della pensione, potranno ridursi anche i contributi previdenziali, ed eventuali tasse necessarie per integrarli. C’è un’ulteriore ragione inconfessata: allargare la popolazione obbligata a lavorare in un’epoca che vede ridursi la domanda di lavoro alimenta il bacino di disoccupati ricattabili, condizione per abbattere diritti e salari.

Ora il governo scommette sulla bramosia di vita dei tanti Riccardo over 63, mettendo in vendita quei loro anni preziosi. Chi proprio non ce la fa più, e chi verrà spinto dal mobbing, potrà acquistare un po’ del suo tempo con l’Ape, Anticipo Pensionistico, da restituire in 240 comode rate mensili, comprensive di interessi e spese a favore di banche e assicurazioni. Ai più poveri lo Stato compassionevole sconterà o abbuonerà la rata, bontà sua, ma sempre ingrassando le banche.

Perché questa iniziativa? Vari proverbi popolari ignorati dal governo dei professori rammentavano che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, l’agnello vivo e il lupo sazio, la frittata e le uova intere. Gli anziani al lavoro fanno certo risparmiare sulle pensioni, ma costano alle imprese molto più dei giovani, conservano articolo 18 e diritti, si ammalano e diventano inidonei alle mansioni logoranti, non si entusiasmano per le nuove tecnologie e per i vaniloqui motivazionali su team building e problem solving. Dal 2011 la già preesistente dinamica “contronatura” di sostituzione di giovani con anziani ha accelerato inarrestabile: gli occupati over 50 sono oggi 1,7 milioni in più, gli under 49 – toh che sorpresa – 1,5 milioni in meno. Di cui 200.000 svaniti durante il governo Renzi. Gli effetti per l’economia nazionale sono deleteri, con la meglio gioventù che accantona o spende all’estero studi e ambizioni.

I liberisti al governo, in Italia e in Europa, non possono permettersi una clamorosa inversione di tendenza, abbassando le soglie di età per la pensione. L’Ape offrirà un modesto sollievo, poi ci si penserà. Le adesioni sono stimate dal governo in 350.000 lavoratori in tre anni, una platea solo ipotetica e comunque esigua, che determinerà risparmi alle imprese, ma impatti risibili sull’occupazione giovanile, perché in gran parte composta da “esuberi” di fatto.

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