«Non appena mi cadde l’occhio sulle ragazze che attraversavano il parco, la mia attenzione restò fissa su di loro. Quella dai capelli neri con le sue accompagnatrici, la loro risata un rimprovero alla mia solitudine. Stavo aspettando che succedesse qualcosa, senza sapere cosa. E poi ecco». Comincia così Le ragazze di Emma Cline che esce il 27 settembre per Einaudi nella traduzione di Martina Testa ed è già un caso editoriale, con la giovane autrice sulle maggiori riviste internazionali ( ecco l’intervista di The Paris Review)  e un dibattito acceso in rete, innescato dal successo in America. Della quale Emma Cline racconta il lato “oscuro” e malato rievocando l’efferato assassinio  della giovane moglie di Roman Polansky, Sharon Tate, da parte di uno psicopatico e di seguaci della sua setta. Accadde nel 1969 in  California e portò in primo piano, nello choc generale, il falimento dell’utopia hippy , i rischi di una  giusta rivolta libertaria, ma fatta senza identità e naufragata fra alcool e droghe. Ma in questa storia c’era di più, c’era un agghiacciante delirio, che porta Manson e i suoi all’omicidio,avendo perso ogni rapporto con la realtà  e con gli altri esseri umani: durante il processo Susan Atkins, la «sexy Sadie» della «Famiglia» di Manson si difese dicendo, «come può essere sbagliato se è stato fatto con amore?».

Evie Boyd, la voce narrante de Le ragazze è una donna adulta alla deriva,  la incontriamo all’inizio del libro mentre rievoca quel  giorno d’estate, che le cambiò la vita. Il personaggio di Evie è ispirato alla figura inquietante di Susan; Emma Cline prova a calarsi in quella mente disturbata che d’un tratto vide quelle tre ragazze «tragiche e isolate come una famiglia reale in esilio», nella calma sonnolenta, fra madri che portano a passeggio i bambini, mentre le ragazze passano in mezzo alla gente «fluide e noncuranti come squali che tagliano l’acqua».

Per sapere cosa abbia portato Emma Cline a scrivere il suo primo romanzo proprio su questa feroce storia di cronaca nera avvenuta quando lei non era nemmeno nata, l’occasione si presenta oggi a Roma, il 26 settembre, la giovane scrittrice presenta Le ragazze  alla Feltrinelli di via Appia, dalle 18,30. Per  tentare  di capire, invece, come nasce questo caso editoriale abbiamo rivolto qualche domanda all’americanista Luca Briasco, l’editor che l’ha scoperta.

 Luca, come ha intercettato Le ragazze?

Le ragazze è stato oggetto di una serie di grandi aste internazionali due anni fa, alla vigilia della Fiera di Francoforte. Il romanzo era rappresentato negli Stati Uniti da quello che forse è il miglior agente letterario in circolazione: Bill Clegg. I libri e gli autori che sceglie, soprattutto se di esordienti, vanno letti sempre con grande attenzione, se si è in cerca di voci nuove e forti. Con Angela Tranfo lo abbiamo letto subito, e deciso, con il sostegno molto forte di tutta la casa editrice, di batterci per averne i diritti italiani, prima ancora che, negli Usa, si scatenasse una battaglia che ha avuto per protagonisti tutti i maggiori editori. E infatti l’Italia è, credo, il primo paese straniero nel quale Le ragazze è stato venduto.

Che cosa le ha fatto dire che quella di Emma Cline è una voce nuova e grande, che cosa l’ha colpita? La qualità della scrittura,torrenziale, potente?
Due cose: la qualità della scrittura, che traspare da ogni dettaglio, in primo luogo dalle descrizioni, dal sottile straniamento cui sono sottoposti anche i dettagli minimi del quotidiano; la qualità dell’indagine psicologica, il fatto cioè che il libro, ben lungi dal ridursi a una rivisitazione del caso Manson, o degli anni Sessanta, riflette su un’età della vita con uno sguardo insieme profondamente “interno” ma anche distaccato e filtrato dallo stile.

Questo nuovo titolo come si inserisce nella ventennale storia di Einaudi Stile libero che ha portato alla ribalta autori come Foster Wallace?
Stile libero ha sempre cercato di prestare attenzione al nuovo, in tutte le sue forme. Al nuovo, e alle voci. I criteri che hanno guidato la collana, in tutta la sua evoluzione, e che hanno portato in catalogo autori che vanno da Foster Wallace a Kevin Powers, sono in fondo molto semplici: un libro, che sia letterario o di genere, fiction o non fiction, deve parlare in un modo tutto suo, presentare una diversità di sguardo, un elemento di originalità che lo distingua dalla massa di titoli che inondano il mercato. Mi sembra, per restare nel solo ambito della fiction e non fiction straniera, un tipo di discorso che, con tutte le differenze del caso, è alle spalle di tanti successi, da Open di Agassi a Il potere del cane di Winslow, ad Infinite Jest, appunto. Cline, in quest’ambito, e proprio perché non somiglia a nient’altro di quel che Stile libero ha pubblicato finora, mi pare una perfetta autrice Stile libero

Il libro fa già discutere, nel dibattito sono intervenuti Christian Raimo e una scrittrice come Claudia Durastanti, da editor e da lettore che ne pensa?

Mi sembra che i pezzi di Raimo e Durastanti, al di là delle differenze di valutazione, partano da una premessa condivisa: l’altissima qualità della scrittura. Raimo segnala quasi un eccesso di pienezza e di «voler dire» Durastanti «un dispiego fiducioso di tutti i mezzi a disposizione». Ed entrambi concordano su un dato di fatto: Emma Cline ha scritto questo romanzo prodigioso non tanto ” nonostante”, ma proprio perché ha ventisette anni (ventiquattro, in realtà, durante la stesura), e ha scelto di riversare tutto il proprio talento e la propria ansia di perfezione nella scrittura. Che poi questa ricerca di perfezione ed esattezza dello sguardo e della scrittura sia un pregio assoluto o abbia i suoi limiti, può essere ovviamente oggetto di dibattito. Una cosa è certa: la lettura de Le ragazze non delude, e – lo dico da editor e da appassionato di letteratura americana – porta sulla scena letteraria una voce di straordinaria potenza, destinata a rimanere.

 

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