«Il primo ministro Viktor Orbán ha sostituito lo stato di diritto con uno stato di paura. Il suo intento di impedire a rifugiati e migranti di entrare in Ungheria è stato accompagnato da una serie ancora più preoccupante di attacchi nei loro confronti e contro le garanzie internazionali che dovrebbero proteggerli», accusa John Dalhuisen, il direttore di Amnesty International per l’Europa, a commento della pubblicazione del rapporto-denuncia di Amnesty Speranze abbandonate: l’attacco dell’Ungheria ai diritti dei rifugiati e dei migranti.

Il report di Amnesty si basa su 143 interviste (a 129 rifugiati, di cui 21 bambini, 41 donne e 67 uomini) svolte tra il 5 e l’11 agosto 2016 nelle zone di frontiera e nei centri di accoglienza in Serbia,  Austria e Ungheria.

«Il trattamento orribile loro riservato e l’adozione di procedure d’asilo labirintiche rappresentano un cinico stratagemma per scoraggiare i richiedenti asilo a raggiungere e varcare una frontiera sempre più militarizzata. Nel contesto della deleteria campagna referendaria, la velenosa retorica anti-rifugiati sta raggiungendo i suoi massimi livelli», continua John Dalhuisen.

La condanna di Amnesty alla militarizzazione e alla criminalizzazione delle procedure di accoglienza da parte del governo di Orbán giunge dopo numerosi appelli rivolti alla comunità internazionale contro la “prassi dei respingimenti”, che ha messo in allarme anche la Commissione Europea e UNHCR.

 

Il sistema di “accoglienza” ungherese

Lungo la barriera di filo spinato che percorre i 175 chilometri di confine tra Serbia e Ungheria, si aprono due varchi chiamati “zone di transito”. Le zone di transito sono dei container metallici in cui la polizia frontaliera interroga trenta migranti al giorno, mentre a pochi metri stanziano, anche per mesi, quelli che non possono entrare – quando Amnesty ha svolto le interviste erano 600 le persone in attesa di entrare o di essere rispediti indietro.

Per chi proviene dalla Serbia non c’è nessuna possibilità di entrare in Ungheria, perché le autorità magiare considerano al Serbia un “terzo paese sicuro” da cui non è necessario scappare. Ai migranti rispediti indietro non resta che trovare rotte alternative per raggiungere l’Europa via terra. 

Una volta superato l’esame nelle “zone di frontiera”, i trenta richiedenti asilo giornalieri sono smistati in centri di accoglienza e di detenzione – soprattutto gli uomini senza famiglia – dove stazionano anche per settimane, in condizioni igieniche, fisiche e psicologiche pessime. «La polizia e gli addetti alla sicurezza sanno che ci sono un sacco di telecamere in giro, così portano i detenuti in parti del centro dove nessuno può vederli e li picchiano», racconta un richiedente asilo palestinese intercettato da Amnesty in Ungheria. I poliziotti che ha incontrato e che lo hanno picchiato – continua il testimone – gli hanno intimato «Possiamo farvi tutto, pure se fate denuncia non vi darà retta nessuno».

La prassi ungherese, dichiara Amnesty, è la detenzione: durante le sue indagini (agosto 2016), Amnesty ha verificato che il 60 per cento del 1200 richiedenti asilo registrati in Ungheria si trovava nei centri di prigionia. 

 

Il “modello ungherese”

Amnesty la definisce la “campagna della paura”, Orbán la chiama il “modello ungherese” la barriera fisica e legale anti-migranti che il governo magiaro ha innalzato negli ultimi due anni.

A luglio del 2015 l’Ungheria ha ultimato la costruzione del muro di filo spinato al confine con la Serbia, poi prolungato lungo il confine croato, e poco dopo ha cambiato la legge sull’asilo politico, per velocizzare i controlli sulle richieste e per rimpatriare gli immigrati clandestini.

Contro quelli che Orbán definisce “il veleno della società”, ad aprile scorso il primo ministro ungherese ha proposto alla Commissione e al Consiglio Europeo un piano di controllo frontaliero nuovo chiamato “Schengen 2.0.”.

In risposta alla proposta della Commissione Europea di distribuire a ogni paese membro delle quote obbligatorie di migranti, Orbán ha presentato un progetto che in dieci punti propone la formazione di una polizia frontaliera comune europea, rifiuta le quote dei migranti obbligatorie e accusa le politiche migratorie europee di essere dei veri e propri “inviti” ad attraversare il mare.

In risposta alla nuova legge sull’asilo politico e ai provvedimenti proposti da Orbán all’Europa, a dicembre 2015 Bruxelles ha risposto con l’apertura di un procedimento contro l’Ungheria per incompatibilità con il diritto europeo, soprattutto in materia di asilo, e per il mancato rispetto del diritto alla traduzione che spetta ai migranti.

Ma il paese di Orbán continua a muoversi in autonomia rispetto ai migranti e il 2 ottobre andrà al voto in un referendum popolare sull’abolizione delle quote obbligatorie dei migranti, rispondendo alla domanda: “Volete che l’Unione europea, anche senza consultare il Parlamento ungherese, prescriva l’immigrazione in Ungheria di persone che non sono cittadini ungheresi?”

I sondaggi sembrano non avere dubbi: il popolo magiaro sarà in linea con il governo e voterà no.

 

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