Le borse europee e non solo sono in allarme per Deutsche Bank: il colosso bancario tedesco che il governo di Berlino – che smentisce come si fa sempre in queste occasioni – potrebbe acquisire (bail in) per salvare dal tracollo. Due settimane fa l’ultimo colpo: la multa da parte del Dipartimento di Giustizia per il ruolo giocato nella crisi dei subprime, 14 miliardi di dollari.

La direzione della banca parla di «forze del mercato che vogliono affossare l’istituto», accusando gli hedge fund che, preoccupati per le condizioni dei conti della banca, hanno deciso di disinvestire. La dirigenza rassicura sullo stato di salute della banca, i cui titoli hanno toccato i minimi storici. E sostiene che riuscirà a spuntare un taglio della multa come capitato a molti istituti americani già colpiti dai provvedimenti del Dipartimento di Giustizia.

In questo contesto va segnalata la disputa tra Europa e Stati Uniti sugli accordi di BasileaII, le regole bancarie internazionali rinegoziate negli anni passati per cercare di impedire nuovi collassi bancari come quelli degli anni immediatamente successivi alla crisi dei subprime. La situazione è paradossale: fino a pochi mesi fa era lEuropa ad insistere perché le regole venissero applicate in maniera rigorosa – tra le altre cose, queste prevedono quantità di capitali disponibili più alte rispetto alla quantità di investimenti fatti, proprio per evitare uno scoperto eccessivo in caso di crisi. Oggi il commissario ai servizi finanziari europeo Valdis Dombrovskis, si dice pronto a lasciare Basilea se le riforme alle regole verranno implementate. Il motivo è semplice: la ripresa europea è lenta e faticosa e il settore bancario in difficoltà non è particolarmente propenso a prestare soldi. Le nuove regole, ritengono in Europa, aumenterebbero questa propensione a non prestare.

Quanto a Deutsche Bank, a luglio scorso dedicammo la copertina a quella che chiamavamo una bomba a orologeria. Qui sotto l’articolo di Guido Iodice che pubblicammo allora.


È Deutsche Bank la bomba a orologeria sotto la sedia del capitalismo

schermata-07-2457584-alle-12-35-19(di Guido Iodice)

 

La fragile situazione del Monte dei Paschi di Siena tiene occupata gran parte della stampa italiana e non solo italiana. Ma mentre le preoccupazioni per il piccolo Istituto senese si ingrossano, molta poca attenzione viene dedicata al vero, gigantesco bubbone del sistema bancario mondiale: Deutsche Bank (DB). Nata nel 1870 per liberare i mercanti tedeschi dal predominio della finanza anglosassone, che lucrava sul commercio internazionale del nascente Secondo Reich, dopo quasi un secolo e mezzo di attività è divenuta una delle più grandi banche d’investimento del mondo, comparabile con Goldman Sachs o JP Morgan: 100mila dipendenti in 70 Paesi, oltre 1.600 miliardi di asset e interessi che spaziano in tutte le direzioni, dalle valute (è la banca leader nel “forex”) ai mutui, fino ai derivati. E come vedremo proprio i derivati rappresentano la vera incognita del colosso tedesco. DB accusa la crisi finanziaria globale del 2008 ma sembra uscirne abbastanza bene, nonostante fosse pesantemente esposta al crollo dei mutui subprime e una dei maggiori operatori nel mercato delle obbligazioni collateralizzate (Cdo). Anzi, come rivelerà un’inchiesta del Senato americano, DB continuò imperterrita a trattare debiti dubbi con i suoi Cdo anche negli anni successivi.

I guai grossi per DB però iniziano con lo scandalo Libor, ovvero la manipolazione dei tassi di interesse, che ha coinvolto molte delle principali banche d’affari mondiali. DB viene multata nel 2013 per 259 milioni di euro dalla Commissione Europea e poi per circa 2,5 miliardi di dollari dalle autorità americane e britanniche nell’aprile 2015. Nell’ottobre dello stesso anno DB annuncia una pesante ristrutturazione: taglio del 9% del personale, ritiro da 10 Paesi e una pesante sforbiciata alle consulenze. Ma tutto ciò non basta e il titolo continua a soffrire in borsa. La corsa di DB sembra quella di un altleta che, già azzoppato, riceve uno dietro l’altro delle sprangate alle gambe. Solo pochi giorni dopo la maximulta, DB è multata nuovamente dalle autorità americane di altri 257 milioni di dollari per aver lavorato con Paesi colpiti da sanzioni. Nel gennaio 2016 DB annuncia che il 2015 è andato molto male, con una perdita di 6,8 miliardi di dollari. Il resto è storia delle ultime settimane. Il 23 giugno la Brexit fa precipitare il titolo di DB che perde l’11% (-45% dall’inizio dell’anno).

Il 29 giugno il Fondo Monetario Internazionale definisce DB «il più grande contributore del rischio sistemico», vale a dire la banca più grande e fragile del mondo. E già nel marzo 2016 la banca aveva dichiarato un valore “nozionale” dei derivati in suo possesso pari a 52mila miliardi di dollari, una cifra stratosferica grande oltre 13 volte il Pil tedesco. A questo va aggiunto che la “leva finanziaria” di DB (vale a dire il rapporto tra impieghi e capitale) è pari ad un fattore 40 secondo l’analisi di Berenberg Bank. Il che significa che una svalutazione degli attivi (ad esempio dei crediti inesigibili) pari ad appena il 2,5% azzererebbe il capitale del colosso tedesco. Il giorno dopo, 30 giugno, la Federal Reserve, in qualità di autorità di controllo del sistema finanziario americano, boccia DB agli “stress test”, accusandola di cattiva gestione del rischio. La crisi di DB pare non avere mai fine. Per averne un’idea, le azioni della banca tedesca valevano il 7 luglio 2016 solo 11,7 euro, un decimo di quanto valessero nel maggio 2007 prima del tracollo che ha preceduto la “Grande Recessione” mondiale. Attualmente il valore in borsa di DB, una delle più grandi banche al mondo, è circa quello della piccola azienda che ha creato la famosa applicazione Snapchat. Pensiamo pure a salvare Mps, ma la bomba inesplosa della finanza globale non è certo sepolta sotto Piazza Salimbeni.

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