Mentre i peshmerga curdi-iracheni si apprestano a combattere la battaglia per la presa di Mosul che segnerebbe la fine del Califfato di al-Baghdadi e del sedicente Stato Islamico, le Ong internazionali impegnate sul fronte umanitario lanciano l’allarme: la battaglia per strappare la città nord irachena dalle mani di Isis costringerà molte persone ad abbandonare le proprie case e riversarsi nei territori circostanti o intraprendere il rischioso viaggio verso l’Europa.
Secondo le Nazioni Unite l’offensiva per riconquistare Mosul potrebbe avere inizio entro meno di un mese. Le strutture per accogliere chi fugge dalla guerra però scarseggiano. I campi profughi nel nord Iraq sono pieni. Il campo di Debaga, circa a 60km sud-est di Mosul, nel cuore dell’Iraq curdo, è stato costruito anni fa per ospitare circa 700 famiglie, oggi ospita dieci volte il numero di persone per cui era stato realizzato. Mancano beni di prima necessità, medicine, perfino il latte per i bambini e sono oltre 1100 le famiglie che stanno aspettando, accampate, nelle zone limitrofe al campo o nelle strutture comuni come l’ingresso della moschea, che gli venga assegnato un posto dove stare.

epaselect epa05483799 Peshmerga forces take cover as they take part in an operation to liberate several villages currently under the control of the Islamic State southeast of Mosul, north Iraq, 14 August 2016. The operation aims to recapture 11 villages, according to sources thus far six were successfully retaken with the help of US-led air support. The liberation of the villages from Islamic State forces serves as a buffer zone to protect Kurdish held-cities from IS attacks and is a stepping stone to eventually recapture the city of Mosul itself. EPA/ANDREA DICENZO

EPA/ANDREA DICENZO

Le Nazioni Unite stimano che entro la fine di quest’anno con l’inizio della battaglia per la presa di Mosul, a queste persone già costrette a condizioni di vita critiche, si aggiungeranno circa 1,5 milioni di sfollati. Se quindi attualmente il numero di rifugiati si attesta attorno ai 3,3 milioni si potrebbe salire fino a 4,8 milioni, a questi numeri ovviamente si aggiunge quello enorme dei profughi costretti a fuggire dalla vicina Siria devastata dalla guerra civile.
«È umiliante» racconta al Washington Post Nahla Mohammed, una ragazza di 23 anni, fuggita dalle bombe che hanno colpito la sua fattoria nelle campagne attorno a Mosul, e ora costretta a dormire all’aperto assieme al marito e ai suoi tre figli, senza riuscire a trovare nemmeno un bicchiere di latte per la figlia di un anno e mezzo. «Lì eravamo spaventati e vivevamo nel terrore, ma qui pur essendo al sicuro siamo affamati e non riceviamo nulla di quello che ci è necessario per sopravvivere. Non saremmo mai voluti dover venire qui, ma siamo stati costretti dall’evolversi della guerra». E con l’inizio della fase finale dell’offensiva contro le milizie dello Stato Islamico, la situazione è destinata a peggiorare. Con la crisi petrolifera che ha fatto cadere il prezzo del petrolio e la necessità di affrontare uno sforzo militare per sottrarre i propri territori dal controllo di Isis, il governo iracheno ha poche capacità di provvedere e trovare una soluzione efficace a una crisi umanitaria di queste dimensioni. L’Onu ha stanziato con un provvedimento di emergenza già 285milioni di dollari per cercare di andare incontro ai bisogni primari dei rifugiati, e sta affrontando un deficit di $165.000.000 per fornire risposta di emergenza più elementari.
«Quasi ogni vittoria è accompagnata da una crisi umanitaria che si sviluppa simultaneamente alle offensive», ha detto Lise Grande, coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Iraq.

epa05438164 Iraqi displaced people who fled from areas near Mosul wait in the queue to get aid at Dibaga camp, ouskirts of Mosul, southwest of Erbil, the capital of Kurdistan region, north of Iraq, 23 July 2016. According to local official, at least Ten thousand people arrived to Dibaga camp during the last three days due to the fighting between the Iraqi forces and Islamic State (IS) terror militia near Mosul city, which hosted around two million people before it fell to Islamic state group (IS) in June 2014. More than three million people have been forced to flee their homes in Iraq since January 2014, according to the United Nations. EPA/AHMED JALIL

EPA/AHMED JALIL

Le Nazioni Unite si stanno adoperando per costruire campi standard come quello di Debaga. Ma se i numeri dovessero superare le previsioni più elevate, la situazione rischia di diventare ancora più critica visto che si potrà gestire e provvedere ai bisogni solo di una frazione dei civili in fuga. «Quattro campi standard (con la capacità di 70.000 persone come quello di Debaga), dovrebbero essere completati nel mese di ottobre», assicura Peter Hawkins, rappresentante di Unicef in Iraq, ma i numeri degli sfollati potrebbero essere molto maggiori.

A Mosul, prima che la città finisse sotto il controllo dello Stato Islamico, vivevano 2 milioni di persone, non è dato sapere quanti civili siano rimasti, secondo le stime fornite dall’Onu si tratterebbe di una cifra che varia tra l’1,2 milioni e l’1,5 milioni di persone, ma secondo i funzionari dell’esercito iracheno il numero è più altro perché molte persone in questo ultimo anno si potrebbero essere trasferite in città per sfuggire alle offensive dell’esercito iracheno a sud.
Chi non troverà spazio nei nuovi campi si riverserà nei campi di emergenza dell’Onu – dove però l’assistenza è ancora più fondamentale e limitata. Altri invece tenteranno di fuggire attraverso il deserto, verso il confine siriano, rendendo ancora più difficile per le agenzie umanitarie rintracciarli e fornire loro aiuti. «La campagna militare sta per iniziare presto, ma sul lato umanitario, non siamo ancora pronti», ha concluso Grande.


Bruno Geddo, capo missione dell’Unchr in Iraq, ci parla dei problemi che affronta chi fugge dalla guerra e di come l’agenzia Onu per i rifugiati si stia organizzando per la liberazione di Mosul

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