“Mi chieda pure quello che vuol sapere e glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura.”, avverte l’autrice Elena Ferrante nel suo “Frantumaglie”, citando quello che Italo Calvino rispose alle insistenti richieste di informazioni personali da parte di una studiosa. Il libro che avrebbe dovuto essere la biografia-confessione dell’autrice più ricercata d’Italia, secondo chi se ne intende, sarebbe pieno di incongruenze, soltanto un’altra storia inventata delle sue. E così la pensa anche Claudio Gatti, il giornalista de Il Sole 24 Ore che ha svolto su di lei un’inchiesta che ha fatto il giro del mondo, mettendosi sulle tracce dei conti personali dell’autrice in un’inchiesta finanziaria stile “follow the money”. Secondo il giornalista, la situazione finanziaria, immobiliare e personale della traduttrice napoletana Anita Raja non lasciano più dubbi.

Anita Raja, 63 anni, lavora da decenni come traduttrice dal tedesco nella stessa casa editrice di Elena Ferrante, la E/O, è coniugata con lo scrittore Domenico Starnone, che, secondo Gatti, nella quadrilogia “L’amica geniale” sarebbe Nino, il protagonista maschile; il nome della protagonista Elena Greco sarebbe un richiamo affettuoso alla sorella del padre; il riferimento alla Normale di Pisa riguarderebbe gli studi della figlia, Viola Starnone, mentre alcuni passaggi dei suoi romanzi confermerebbero la sua non celata passione per la scrittrice Christa Wolf che più volte ha tradotto.

Oltre alle motivazioni biografiche, Gatti propone una lettura critica della situazione finanziaria dei Raja-Starnone, che migliora di pari passo con gli introiti che la casa editrice E/O fa grazie alle pubblicazioni di Elena Ferrante: secondo i dati di Gatti, – solo per citare i più eclatanti – ultimamente Raja e Starnone hanno acquistato tre proprietà a Roma e una in Toscana per un valore di oltre due milioni di euro in seguito al successo della quadrilogia, senza poter giustificare tali risorse economiche con le attività di traduttrice e di scrittore.

Per ora né l’autrice né la sua casa editrice hanno smentito tale ipotesi, salvo criticare Gatti di violazione della privacy, cui il giornalista ha risposto tirando in ballo il diritto che i lettori hanno di sapere la verità e le responsabilità di un personaggio pubblico verso il suo pubblico.

Ma il caso nostrano di nom de plume, che tiene sulle spine milioni di lettori di tutto il mondo, non è una novità nell’universo letterario, soprattutto in tempi in cui superare le selezioni degli editori non era facile, specialmente per le donne.  

Uno dei casi più eclatanti e duraturi di pseudonimia riguarda Louisa May Alcott, l’autrice di “Piccole Donne”, che ha tenuto nascosta per tutta la sua vita la pubblicazione di quattro romanzi dell’orrore con lo pseudonimo maschile di A.M. Barnard.

Meno misteriosi, invece, sono rimasti i nomi scelti dalle sorelle Brontë per la pubblicazione dei loro primi libri: Charlotte, l’autrice di “Jane Eyre”, ha scelto Currer Bell, Emily di “Cime tempestose” ha scelto Ellis Bell e la più giovane Anne, di “Agnes Grey”, Acton Bell. Il segreto è durato poco più di un anno, perché le sorelle hanno dovuto, dopo poco, convincere l’editore di essere persone diverse.

Una vera e propria lezione, invece, è arrivata dal premio Nobel per la letteratura Doris Lessing, che ha pubblicato – con grande difficoltà e dopo il rifiuto netto del suo editore abituale – due romanzi sotto falso nome (“Il diario di Jane Sommers” e “Se gioventù sapesse”), per dimostrare le difficoltà dei giovani autori esordienti.

Agatha Christie, invece, ormai celebre giallista, per non deludere il suo pubblico, si è firmata Mary Westmacott nei suoi romanzi rosa, mentre sembra che Jane Austin, la famosissima autrice di “Orgoglio e pregiudizio”, dal 1811 in poi – e cioè per la pubblicazione dei suoi romanzi più famosi – si sia firmata “A lady” per mantenere un sobrio anonimato.

Forse per vezzo, forse per un atto di prudenza, Amantine Aurore Lucile Dupin, una delle più interessanti autrici dell’Ottocento, femminista, socialista e anti-clericale, legata a de Musset e a Chopin, si è celata per tutta la vita dietro il celebre nome di George Sand.

Più recente è stata, invece, la scoperta delle vere generalità  – tenute nascoste per 40 anni- dell’autrice del romanzo erotico che ha scandalizzato l’Europa “Histoire d’O”, pubblicato nel 1954 e scritto dalla giornalista e traduttrice Anne Cécile Desclos sotto le spoglie di Pauline Réage.

Il caso più contemporaneo, oltre a quello di Elena Ferrante, è quello di J.K. Rowling, l’autrice del best seller “Harry Potter”, che ha firmato con il nome di Robert Galbraith il giallo “Il richiamo del cuculo”, nel 2013, nome che ha mantenuto per quel libro anche dopo essere uscita allo scoperto. 

Anche tra gli autori di genere maschile si sono verificati casi di pseudonimia, per ragioni legate al divertimento, alla creatività, alla privacy, a esigenze commerciali.

Stephen King, per esempio, alla fine degli anni ‘70 ha pubblicato sei romanzi come Richard Bachman, perché la sua casa editrice non voleva appesantire il lettore con più di un suo libro all’anno. Roman Kacew, lituano, invece, ha scelto ben due nomi diversi per partecipare al premio francese Goncourt, che ha vinto, con due romanzi “Le radici del cielo” e “La vita davanti a sé” come Romain Gary ed Emile Ajar, sfidando il regolamento che vietava di premiare nomi fittizi. La sua vera identità è stata svelata soltanto in seguito al suo suicidio.

Le vicende legate al nome spesso raccontano il desiderio di avere un nome d’arte perché quello di battesimo è ritenuto troppo indelicato e poco nobile: è il caso di Alberto Moravia, all’anagrafe Pincherle, di Italo Svevo, nato come Aron Hector Schmitz, di Umberto Saba, il cui vero cognome era Poli o di Carlo Collodi che di cognome faceva Lorenzini, di Curzio Malaparte, battezzato Kurt Erichsuckert e di Sibilla Aleramo, che per tutti era “Rina”, il diminutivo di Marta Felicia Faccio.

E poi c’è chi del nome ha fatto una forma d’arte, come Fernando Pessoa, che ha coniato almeno quattro eteronimi di se stesso (Ricardo Reis, Alberto Caeiro, Bernardo Soares e Alvaro de Campos) che ha dotato di personalità poetiche e biografiche proprie e indipendenti da sé, veri e propri autori di molti dei suoi romanzi. 

Insolubili resteranno, invece, i casi letterari più celebri della storia, legati al nome e all’identità: Omero e William Shakespeare, entrambi ritenuti incapaci di concepire da soli opere di tale grandezza e sofisticatezza ed entrambi sconosciuti. E per ora resta ignota anche l’identità di Banksy, il più celebre street artist del momento, che protegge la sua identità per motivi politici e di sicurezza personale.

Al di là delle pretese di verità e di trasparenza, il gioco delle identità ha sempre fatto parte della storia della letteratura e dell’espressione artistica, dall’essere uno schermo contro il pregiudizio per le donne, un espediente commerciale  all’essere una licenza creativa per gli uomini, l’espressione di identità plurime, una strategia editoriale, una protezione.

“Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga scoperto”, ha scritto Italo Calvino, in “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, come se in fondo volesse dire che il disvelamento dell’identità sfugge al controllo dell’autore e fa parte della scrittura, che lo si voglia o no. 

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