Stanotte alle tre ora italiana, la campagna elettorale vive uno dei momenti meno attesi: il dibattito tra vicepresidenti. Alzi la mano chi si ricorda i loro nomi senza leggere il titolo qui sopra. Se negli anni passati, grazie a Sarah Palin, Paul Ryan e Joe Biden ci sono stati momenti di un qualche divertimento, stavolta sembra davvero difficile. Palin era una campionessa populista, Ryan una figura emergente del partito repubblicano e Biden uno che ha la battuta pronta e a volte si lascia andare. Non è il caso del vice di Hillary, Tim Kaine, e nemmeno del governatore dell’Indiana Mike Pence, il vice scelto da Trump per rassicurare l’ala conservatrice del partito.

Il dibattito arriva però alla fine di un periodo pessimo per Trump, messo sotto accusa per non aver presumibilmente pagato le tasse per 18 anni, in polemica con la ex miss Universo (e le donne in genere), criticato per aver voluto preparare il dibattito Tv perso malamente con Hillary Clinton. E con i sondaggi, nazionali e statali, che hanno ripreso una brutta piega per le speranze repubblicane. Una super performance di Pence, potrebbe dunque aiutare un pochino le sorti del ticket repubblicano. Ma credere a una super performance di un politico tendenzialmente anonimo e noioso sembra difficile. Certo è che, a differenza del suo capo, il vicepresidente candidato si è preparato in maniera ossessiva. Studiando carte, politiche, interviste dell’avversario.

Non che Tim Kaine sia granché più esaltante. Non è un oratore brillante, non fa ridere e non è telegenico. Ma è preparato ed esperto. Suo compito, come quello di Pence, è quello di rassicurare, non di esaltare e di continuare la serie di attacchi alla figura di Donald Trump, costringere Pence a difendere le figuracce del candidato alla Casa Bianca. In fondo Kaine è un uomo bianco di una certa età, con origini umili e la capacità, in teoria, di parlare a quel gruppo sociale che meno di tutti sembra essere attratto dall’idea di una presidenza Clinton. Sarà capace?

Da ieri i repubblicani lo attaccano con uno spot Tv nel quale lo si accusa di aver difeso – da avvocato- due stupratori e di aver perdonato – non mandato a morte – un assassino. L’idea sembra quella di corteggiare ulteriormente l’elettorato già convinto che i democratici siano pericolosi perché troppo attenti ai bisogni e alle preoccupazioni delle minoranze. Funziona, ma solo con l’elettorato che è già convinto di votare per Trump.

Lo spot Tv anti Kaine del partito repubblicano

Tra i temi che potrebbero emergere che il New York Times nota come assenti dalla campagna, c’è quello della religione. Pence è un ex cattolico divenuto evangelico, mentre Kaine è un irlandese cattolico con un’esperienza di missione in Honduras (dove ha imparato perfettamente lo spagnolo, un asset non indifferente). Se con Bush la religione fu strumento per vincere alcuni Stati – l’Ohio fu cruciale in questo senso nel 2004 – oggi, con un candidato tanto poco vendibile ai religiosi, sono i repubblicani ad aver bisogno dell’evangelico conservatore. ma saprà Pence tradurre le domande che gli verranno poste in temi capaci di portare degli evangelici scontenti della candidatura Trump alle urne? Il suo compito è fondamentalmente questo: rassicurare l’elettore di destra ma preoccupato, che una presidenza Trump non sarà una corsa sulle montagne russe. Ci dovesse riuscire, domenica prossima ci penserà il miliardario americano, nel secondo dibattito Tv, a far ricredere quelli convinti dal devoto evangelico e metodico Pence.

 

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