A pensar male si sa si fa peccato, ma sul caso Russo-Bettarini, colti in flagrante dalle telecamere del Grande Fratello Vip mentre si esibivano in un tradizionale rituale di machismo da quante me ne sono scopate, lasciateci pensare male. E non si pensa male solo per le frasi sessiste del pugile («la dovevi lasciare lì morta sul letto») e del calciatore conosciuto, più che per le sue prodezze sportive, per essere stato sposato con Simona Ventura, all’epoca in cui era la donna più famosa della televisione italiana. Ma perché lo spettacolo raccapricciante al quale abbiamo assistito per vie più o meno dirette ci restituisce un ritratto piuttosto calzante del nostro Paese.
Partiamo dall’inizio: siamo su canale 5 e questo è il Grande Fratello VIP. Vip che sta per very important person, espressione discutibile, ma che in sostanza indica, in questa accezione, che sei famoso, che in tv ci sei stato, ne conosci le regole, i trucchi, i retroscena. Insomma se sei Vip, nell’accezione per cui Bettarini è un vip, con la televisione hai un rapporto smaliziato e confidenziale. Ecco, mi chiedo: è possibile che un personaggio famoso, cresciuto anche a ospitate tv e party nel mondo del jet set, si dimentichi che c’è un microfono accesso, un pubblico che guarda, una telecamera che riprende? Forse possiamo credere alla tesi per cui Stefano Bettarini in fondo abbia «fatto una cazzata» come ha detto lui stesso o «si sia dimenticato lì dentro, chiuso ne “La Casa”, di essere di fronte ad un pubblico».
Se sei un habitué della televisione non puoi giustificarti dicendo che non ti eri ricordato di essere in televisione. Meglio, non puoi non avere chiaro in testa cosa si può dire o meno di fronte a una platea televisiva di un programma generalista che verrà visto da circa 4 milioni di italiani.
Se non sei in grado di comunicare, senza offendere, istigare all’odio o alla discriminazione, in tv non ci dovresti stare. E qui sorge il problema: spesso, quello che funziona in tv è proprio questo le “scene madri”, i litigi, le offese piacciono e piacciono ancora di più quando il format è un reality come il Grande Fratello nato proprio per far rivivere al pubblico, protetto dallo schermo, la rassicurante posizione di essere una comunità moralizzante e giudicante, riproponendo dinamiche tipiche dei piccoli paesi di provincia dove tutti sanno tutto di tutti e le voci girano in fretta. Quello se ne è scopate mille, quell’altro è gay, ma guarda come è effemminato, quell’altra ancora è una svergognata: ecco a voi l’Italia più bassa e piccola, quella per cui chiamare “ricchione” (o “friarello” per essere precisi e citare l’insulto detto sempre Clemente Russo a Bosco Cobos) qualcuno è uno scherzo. Goliardia. Ridiamo. Ridiamo con lo stesso spirito con cui i bambini ridono dicendo cacca e pipì, che sono cose sporche e se le dici fa ridere. Ecco, chiamare un concorrente gay dichiarato non fa ridere, perché essere gay non è una cosa sporca. Chiamare una donna zoccola, o dire che andrebbe lasciata lì morta, non fa ridere e non dovrebbe nemmeno venire in mente.
A tutto questo si aggiunge il brivido della diretta. Sì, ma diretta di cosa, se il regista ha la possibilità di avere a disposizione decine di camere e inquadrature fra le quali scegliere cosa mandare in onda e con è cui è possibile censurare le idiozie dei concorrenti?
E allora perché scatenare la bufera se si poteva evitare? Perché il format vive di questo, del pettegolezzo e dell’errore da moralizzare. E infatti in diretta arrivano puntuali Ilary Blasi e Alfonso Signorini a bacchettare i due ragazzoni, li fanno quasi piangere. Signorini, direttore di Chi (altro medium moralizzante e pettegolo), spiega a Bettarini che “no, non si fa, non si dice perché non è un atteggiamento da padre di famiglia”. Ecco no. Non è un atteggiamento in generale da essere umano. Non c’entra nulla se sei un padre di famiglia o un single scapestrato che fa strage di cuori. Non è ammissibile che si dicano certe cose. Non è ammissibile soprattutto in una trasmissione che teoricamente è Vip, ovvero popolata da dei professionisti della scena pubblica.
Clemente Russo, per le sue affermazioni, rischia di passare dei grossi guai essendo parte del corpo di polizia penitenziaria e quindi sottoposto ad un preciso codice di comportamento etico. E gli altri? Perché non c’è un codice di comportamento etico per chi lavora in Tv? Perché prima di mandare in onda certa roba, non ci si fanno due domande che hanno a che fare con le conseguenze sul Paese reale di quello che viene proposto come modello valoriale in tv? Vi risponderanno che è colpa del pubblico, che il pubblico vuole vedere quella roba lì. Ecco, vi prego, voi io, noi che insieme siamo pubblico: ribelliamoci. E se è il pubblico che comanda, tanto per riutilizzare una frase pop, allora: “andiamo a comandare”. Con la testa però.

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