«Quando morirò, voglio che la gente pianga per me». E così è stato. Quando accadde il 6 ottobre del 1999 Amália Rodrigues era nella sua casa di Rua São Bento, a Lisbona furono proclamati tre giorni di lutto nazionale e decine di migliaia di persone parteciparono tra le lacrime ai suoi funerali. Oggi nella sua casa le persiane sono ancora smaltate di verde, sulle pareti color ocra ci sono ancora i ritratti dipinti per lei dagli amici pittori come Maluda e Menez. La tavola è ancora apparecchiata e sul divano, insieme alla guitarra portuguesa, c’è ancora il suo suo scialle nero. Al civico 193 di rua São Bento è tutto come lo ha lasciato Amália Rodrigues. Qui aveva trascorso i suoi ultimi anni, in ritiro, dopo aver scoperto di avere un tumore. E oggi nel sottoscala, tra le azulejos, c’è una donna che vende dischi e souvenir.

«Sono nata così, alta un metro e cinquantotto, né brutta né bella, un tipo così così, con questo modo di essere triste, senza speranza e solitaria, come il fado». È nata in un imprecisato giorno di luglio del 1920 Amália, nella stagione delle ciliegie. Porta sui documenti la data del 23 luglio, ma festeggia il suo compleanno il primo del mese. Figlia di operai originari della Beira Baixam, trasferitisi poi nel quartiere operaio di Alcantara, è ancora una bambina quando i suoi decidono di mandarla dai nonni materni a Lisbona. Così, lascia i suoi due fratelli e le sue quattro sorelle e raggiunge la nonna Ana do Rosario Bento, che ha sedici figli e più di trenta nipoti. La situazione qui non è migliore, Amália lascia la scuola che ha appena dodici anni e va a lavorare: in fabbrica a incartare caramelle e sbucciare frutta, poi dietro una bancarella sul molo di Lisbona vende frutta, vino e souvenir ai turisti. Intanto, Amália canta e sogna le storie che guarda al cinema. Scrive e rielabora, cambia i testi e le note. Presto trova nella sua voce la più incantevole forma espressiva per liberarsi dal tormento e dalla sua inquietudine. Comincia a esibirsi in piccole manifestazioni locali con il cognome della madre, Rebordão. Poi, a 19 anni, ha inizio l’ascesa. Riesce a farsi ascoltare dal proprietario di un famoso locale di Lisbona, l’anno successivo il suo cachet superava già di venti volte quello dei maggiori artisti del momento. Intanto, nel 1940, a soli vent’anni, sposa Francisco Cruz, un operaio che si dilettava con la chitarra. Ma è un matrimonio riparatore, perché è incinta e si separa tre anni dopo. L’amore Amália lo trova a 40 anni, quando sposa l’ingegnere brasiliano César Séabra e rimane al suo fianco per tutta la vita.

«Non sono io che canto il fado, è il fado che canta in me». La Regina del fado accosta piano le mani davanti al ventre, avvolta nel suo scialle nero da fadista. E quando il suono della sua voce si imbatte all’orecchio è, ogni volta, una meraviglia. Una guitarra portuguesa, un baixo, una viola di fado. Tudo isto é fado, tutto questo è fado. E il suo testamento spirituale sta nei testi che lei stessa ha composto: Estranha Forma de Vida, su tutte. Per Amália il fado “è destino”, è fato (dal termine latino fatum, fato). Della sua carriera, lunga più di cinquant’anni, ci rimangono innumerevoli esibizioni dal vivo e almeno 170 album. Il primo lo incide nel 1945, insieme a grandi chitarristi e parolieri, come i poeti Linhares Barbosa e Amadeu do Vale. Ma per comprendere la Regina del fado non è necessario conoscere la lingua portoghese. Amália gode già di una certa notorietà anche all’estero: in Spagna, Brasile, Stati Uniti. E Italia, dove interpreta “La tramontana” di Antoine, ma soprattutto la musica popolare: “La bella Gigogin”, inno del Risorgimento italiano, i canti siciliani “Vitti ‘na crozza” e “Ciuri ciuri” e quelli napoletani come “La tarantella” e duetta con Roberto Murolo in “Dicitincello vuje” e “Anema e core”. Quando Henri Verneuil la sceglie per il film Les amants du Tage, aprendole le porte dell’Olympia di Parigi, Amália è già una celebrità internazionale.

«Grândola, vila morena, Terra da fraternidade». Tra tutte le note, queste furono forse quelle più significative per Amália che, durante la “Rivoluzione dei garofani” viene presa di mira da chi la considera – suo malgrado – un simbolo del regime di Salazar. Amália viene, di fatto, esiliata. È ferita, depressa, ma reagisce. E, per scrollarsi di dosso quelle ambiguità, decide di registrare “Grandola vila Morena”. Quella stessa canzone trasmessa dalle onde di “Rádio Renascença” alla mezzanotte del 25 aprile 1974, e che diede inizio alla Revolução dos cravos, la “Rivoluzione dei garofani”, che pose fine alla dittatura fascista, dopo cinquant’anni di regime. Le autorità le conferiscono il più alto riconoscimento nazionale, La Gran Croce dell’Ordine di Santiago, ma ormai saranno le sue condizioni di salute a non consentirle più di calcare i palcoscenici del suo Portogallo.

«Il fado non è né allegro né triste, è la stanchezza dell’anima forte, l’occhiata di disprezzo del Portogallo a quel Dio cui ha creduto e che poi l’ha abbandonato: nel fado gli dei ritornano, legittimi e lontani», scriveva lo scrittore portoghese Fernando Pessoa. “Foi Deus”, “Povo que lavas no rio”, “Barco negro”, “Coimbra”, “Uma casa portuguesa”, “Ai mouraria”, “Nem as paredes confesso”, “Lisboa antiga”. Le infinite variazioni della voce di Amália hanno incarnato gli eterni temi della tradizione portoghese: la nostalgia, la disperazione, l’amore e la morte. Oggi Amália riposa fra i grandi portoghesi di tutti i tempi nel Pantheon di Lisbona, ma per ascoltarla basta premere play. Che cuore perfetto, Amália.

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