Da sabato 8 ottobre Népszabadság, il principale quotidiano di opposizione ungherese, dopo più di 60 anni di attività, non è più in stampa. E il suo sito sito nol.hu è stato chiuso. Il gruppo Mediaworks, proprietario della testata, ha liquidato il fatto con ragioni di sostenibilità finanziaria. Ma in 2mila sono scesi per le strade di Budapest per esprimere solidarietà ad alcuni tra gli ultimi giornalisti non allineati a Viktor Orban. L’episodio avviene a meno di una settimana dal referendum sulle quote di rifugiati perso per un pelo. E dopo un’ultima edizione del giornale che vedeva la pubblicazione di indagini sulla corruzione di alcuni alti ufficiali di Fidesz, inclusi il governatore della Banca centrale e il portavoce di Orban.

L’idea di Europa del blocco dell’est, viene enunciata da Jaroslaw Kaczynski, storico leader dei nazionalconservatori polacchi in un’intervista a Repubblica: «O l’Europa si riforma ascoltando ogni Stato nazionale membro, o sarà la disintegrazione». Il leader de facto del Paese messo sotto accusa dall’Unione europea per la libertà di stampa, aggiunge: «La ‘correctness’ limita la libertà di parola, religione, dibattito, decisioni. E assistiamo alla liquidazione della democrazia da parte di gruppi di pressioni. Ci opponiamo a ciò, in Polonia e in Europa. Per questo ho parlato con Orbàn di controrivoluzione, sebbene per tradizione polacca preferiamo chiamarla rivoluzione che aiuti a conquistare la libertà». «Tutti in Europa dobbiamo tornare al concetto di Stato nazionale, sola istituzione capace di garantire democrazia e libertà».

Con le sue sparate Kaczynski ci ricorda che nell’Est Europa c’è un “focolaio di guerra anti-Ue” pronto a esplodere. Fatto dal suo Paese e da quello di Orban, ma anche da Repubblica Ceca e Slovacchia, gli altri due del gruppo di Visegrád. È ai primi giorni di settembre 2016 che bisogna far risalire il colpo di fulmine tra Viktor Orbàn e Jaroslaw Kaczynski, quando per la prima volta si sono fatti vedere insieme, a Krynica, nel sud della Polonia. È qui che cominciano a tessere l’attacco all’Unione europea, in vista del vertice di Bratislava dove poi hanno optato per parole morbide, ma chiare, chiarissime. Chiedono la modifica dei Trattati comunitari, a partire dalle regole sui migranti.

L’idillio è stato coronato da metafore d’amore equestre: «Se ti fidi di qualcuno, diciamo in Ungheria, allora puoi andare con lui a rubare cavalli. E noi ungheresi andiamo con piacere a rubare cavalli assieme ai polacchi», aveva detto Orban in quella occasione. E Kaczynski ha risposto: «Ci sono alcune stalle nelle quali possiamo rubare cavalli assieme agli ungheresi, una di queste, particolarmente grande, si chiama Unione europea». Lui: Orban, 53 anni, con il suo partito il Fidesz comanda in Ungheria dal 2010 ma dal 1989 agita le piazze di Budapest contro le truppe sovietiche. L’altro: Kaczynski, 67 anni, più volte premier e ministro. Ha condiviso per anni il potere con il fratello gemello Lech, morto da presidente in carica nel 2010 in un incidente aereo. Il suo nemico numero uno è il liberale Donald Tusk (oggi presidente del Consiglio europeo) che lo ha tenuto all’angolo per molto tempo, fino a ottobre 2015, quando i nazionalconservatori del Pis (Diritto e giustizia) sono i tornati al potere. E non sono i soli a percorrere le autostrade dell’odio all’interno dell’Ue. Ed è a loro che rivolge la chiamata di Kaczynski: «Ovunque i populisti si rafforzano, dalla Germania con la AfD alla Francia con Marine Le Pen. Non penso che ella vinca le elezioni ma è giovane, ha tempo. O guardi alla Lega Nord, ai partiti populisti scandinavi. Non so come sarà l’Europa tra 6 anni. I 5stelle in Italia stanno sorpassando la forza di governo, un partito antieuropeo è al top della popolarità in Olanda, vediamo strane forze di sinistra antieuropee in Grecia e Spagna. Possono far esplodere la Ue».

Il ritorno al passato dell’Est è fatto di leggi che limitano l’informazione, di controverse riforme costituzionali, di misure economiche contro le imprese straniere e contro le banche. Di tentativi, fermati dalle proteste, di fare passi indietro sui diritti delle donne. E, soprattutto, di guerra ai migranti. «L’arrivo dei migranti mette a rischio la nostra sicurezza e finirà per annullare la nostra identità culturale e storica», si alternano i due leader della destra che cavalcano «le assurde quote di ripartizione nella Ue». Orban non ha vinto il suo plebiscito anti migranti il 2 ottobre, ma solo per poco.

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