È passata poco più di una settimana dall’uscita dal Movimento 5 Stelle del sindaco di Parma, Federico Pizzarotti. Oggi pomeriggio, la sua fedele squadra lo seguirà anche in questo. Ma quali conseguenze avrà questo esodo? La falda in Emilia-Romagna è aperta da anni, ed è un terreno troppo fertile, soprattutto per il Movimento che lì è nato, per non pensare che saranno in parecchi a seguirlo. L’incontro a Comacchio di domenica scorsa dimostra che, al di là della fantapolitica, il legame personale, oltre che politico, degli ex pentastellati potrebbe essere determinante.

«Esco. Sono un uomo libero».
Anche lui, il sindaco più stimato e avversato del Movimento 5 Stelle, si è tolto la casacca. Una casacca che ha pesato e pesa quanto un’armatura d’acciaio, chi è nel Movimento e amministra in autonomia lo sa: ad alcuni di loro, ogni passo richiede uno sforzo enorme e illogico. Spesso non ripagati, ma anzi frustrati dallo spettacolo di disparità e contraddizioni che il partito di Grillo mette in scena attraverso il blog, e non solo. E così, meglio continuare a lavorare con serenità secondo i principi civici e le lealtà nei confronti della cosa pubblica che hanno ispirato il Movimento delle origini. Oggi, la squadra compatta di consiglieri di maggioranza del Comune parmense, dal capogruppo Marco Bosi fino al Presidente del Consiglio Marco Vagnozzi, seguirà il Primo cittadino, uscendo in massa (17 su 18) dai Cinquestelle. Non sappiamo ancora quale sarà il nuovo nome e simbolo che il gruppo ex pentastellato assumerà dalla seduta del Consiglio di oggi. Quello che è noto, è che troverà un nutrito gruppo di “ex” ad attenderlo. Ormai, complice la malagestione dei rapporti e del gruppo locale da parte del fedelissimo Massimo Bugani, consigliere comunale di Bologna al secondo e – in teoria – ultimo mandato, in Emilia-Romagna sono più i fuoriusciti (o cacciati) dei seguaci. Almeno se parliamo del Movimento originario, quello che nella regione rossa aveva organizzato i primi meet-up non ancora “meet-up” nelle cantine, e che è sbocciato col primo, storico Vday del 2007.
Non c’è città che non abbia perso almeno un consigliere; non c’è un mu che non abbia subito abbandoni di massa, dall’Appennino alla costa. Un ciclo ormai si è concluso. Di quell’era, restano a combattere solo alcuni validi parlamentari. In passato sempre stati schierati, per altro, dalla parte del sindaco parmense.

Stelle di tutta l’Emilia unitevi?
Dunque Pizzarotti rischia di trovarsi in maggioranza? Sarebbe l’ennesimo schiaffo silenzioso e beffardo che il caso assesterebbe al partito del blog nella sua inspiegabile guerra contro “capitan Pizza”. Che capitano lo rischia di diventare davvero. Alle scorse comunali nelle cittadine emiliano-romagnole si è faticato a trovare candidati “storici”. Esemplari i casi di Rimni e Ravenna, dove addirittura il gruppo locale era spaccato in tre filoni, tanto che alla fine in entrambi i comuni – dove il M5s sarebbe stato forte – si è scelto di non autorizzare le liste. Mentre gli attivisti ribollono come pentole a pressione. Sul tavolo della Procura di Bologna c’è addirittura un fascicolo aperto sulla raccolta firme per le Regionali. Denuncia sporta da ex (iper)attivisti dell’Appennino, schifati dal “nuovo corso” che il Movimento aveva preso alle passate elezioni. Corso che riassume così Marco Fabbri, giovanissimo sindaco di Comacchio anche lui “ex” e padrone di casa lo scorso weekend: «Massimo Bugani ha devastato il Movimento regionale, in passato era il più vivace se non l’antesignano di un pensiero politico di rottura e cambiamento, oggi è quasi a zero, sprofondato nel caos. Si è inserito nel sistema che fa i soldi con i blog, a Rimini e Ravenna ha regalato le amministrative comunali al Pd»

Proprio a Comacchio, alla sagra dell’anguilla, gli “ex” si sono incontrati domenica. «Un incontro fra amici, niente di più», assicurano. Ma all’appello, subito ribattezzato sulla stampa locale “il patto dell’anguilla”, hanno risposto tutti. Dalla parlamentare imolese Mara Mucci, alla senatrice reggiana Maria Mussini che era in missione all’estero, ma ci dice: «Noi esistiamo e con noi esiste chi ci vuole credere ancora. Il fatto che il M5S sia stato “occupato” da altri ci lascia intatti in quello che siamo. Se si riprende il cammino, io ci sono». Oltre a loro, i due sindaci, l’ex capogruppo regionale Defranceschi, gli attivisti della prima ora come Valentino Tavolazzi, e molti degli ex (ca vais sans dire) consiglieri comunali.
Vero, chi conosce il Movimento sa che l’aria che si è respirata in quel contesto, era quella piacevole fra amici legati da una passione comune, che si ritrovano. Ma, proprio il nome di quella passione civica che li ha accomunati, è difficile credere che di politica non si sia parlato.

Il problema è la disaffezione alla politica che i fuoriusciti, scottati da delusioni cocenti e personali – com’è personale l’impegno e un certo modo di fare politica – portano con loro. Molti degli eletti ormai si dedicano ad altro, a partire dall’ex delfino e consigliere regionale Giovanni Favia: «La pulizia etnica dei pensanti – ha scritto su Facebook il giorno dell’uscita di Pizzarotti -, iniziata nel 2012 da parte dei padroni del marchio, è stata ora portata a termine. Umiliazione dopo umiliazione, hai resistito anche troppo». Favia ora gestisce con successo un locale nel capoluogo emiliano. Ha appoggiato una lista civica assieme a Federica Salsi alle amministrative, ma da esterno. Sarà sensibile al richiamo del “Pizza”?
Proprio l’ex consigliera comunale bolognese, anche lei cacciata perché partecipò a una trasmissione televisiva – ora appare ridicolo, ma tant’è – sembra determinata a starne fuori: «Io ora mi dedico alla mia famiglia e al mio lavoro», ha spiegato in un’intervista. Ma «a Pizzarotti mi sento di dire che è giusto che lui continui a occuparsi della sua città, nonostante sia tirato per la giacchetta da quanti lo vorrebbero a capo di un movimento nazionale. Condivido questa sua posizione, anche perché fare il capo di un altro Movimento significherebbe fare la brutta copia del M5S. Le persone che sperano che Pizzarotti, porti avanti questo progetto non hanno capito che gli stanno chiedendo ciò che stanno criticando nei confronti di Grillo, ovvero di essere un capo».

Stessa cosa per l’ex capogruppo regionale Andrea Defranceschi, autore ai tempi di molte denunce e oggi rivolto verso altri orizzonti. Defranceschi ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un’amara elegia del «funerale del Movimento». «Quello del 2009, quello che ha fatto alzare dal divano tanti di noi, che ci ha fatto mettere sudore, fatica, tempo e denaro, quello che ci ha fatto perdere gli affetti, dimenticare di avere avuto degli hobby. C’eravamo tutti a -3°C, da soli in una piazzetta a dare dei volantini. Avevamo tanti ideali, mille speranze, tanta fiducia e ottimismo. Volevamo essere diversi e lo siamo stati. Per poco tempo, ma lo siamo stati». E se risorgesse dalle ceneri? Sospeso, ripreso, poi cacciato per inchieste che l’hanno prima travolto poi visto assolto, grande amico del sindaco di Parma, anche lui, dice, non ha nessuna intenzione di tornare a dedicarsi alla politica. Almeno, “non per il momento”: una frase che dicono tutti e che tradisce infondo, la passione politica che hanno dovuto rimettersi in tasca.

Che l’uscita della squadra di Pizzarotti avrà un seguito è certo. L’ultima “defezione” venerdì scorso a Minerbio da parte del consigliere comunale locale, Giancarlo Valentino. Tutto sta nel vedere se riuscirà a ricoagularsi. Da Rimini a Piacenza passando per Comacchio naturalmente la provincia bolognese e decine di piccoli comuni sparsi, forze disperse, ma ancora attive. Cellule dormienti che, chissà, potrebbero risvegliarsi. E mettersi in “movimento”.

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