L’ultimo No in vista del 4 dicembre è quello di Mario Monti. Ma a Palazzo Chigi sono quasi contenti, anzi sono proprio contenti, molto contenti. Un po’ come per D’Alema, Quagliariello, Brunetta, l’idea dei renziani è che con Mario Monti che si iscrive nel fronte del No possa cementarsi ancora di più l’immagine di un’armata Brancaleone, di rosiconi un po’ conservatori. Un’armata facile da battere, in sostanza, e perfetta per non entrare troppo nel merito della riforma.

Mario Monti voterà No, dunque e lo conferma a mezzo stampa, intervistato dal Corriere. Aveva votato la riforma, Mario Monti, però, e questa è il punto più godurioso per  i renziani: un altro che ha cambiato idea, come Bersani. «Perfetto!». Bisogna proprio sforzarsi, in effetti, per prender per buono il ragionamento dell’ex presidente del consiglio: «Consideravo essenziale non indebolire la corsa di Renzi sulle riforme economiche», ha detto. Per questo dunque ha votato in aula, sorvolando sui dubbi che oggi invece lo guidano verso il No: «Di questa riforma mi hanno sempre convinto la modifica del rapporto fra Stato e Regioni, l’abolizione del Cnel e la fine del bicameralismo perfetto», ha spiegato, «ma non mi convince un Senato così ambiguamente snaturato, nella composizione e nelle funzioni. Meglio sarebbe stato abolirlo».

A mostrare le falle del suo ragionamento è così lo stesso Monti, che ora assicura che il rischio di indebolire Renzi non c’è più? Perché? Mistero. «Anche nel 2012 c’era la stessa preoccupazione», dice solo Monti: «Ho sempre tranquillizzato tutti, dicendo che l’Italia è un Paese affidabile e che le politiche necessarie per il Paese sarebbero continuate. La stessa cosa penso e dico oggi all’estero. E vorrei dirlo anche agli italiani: diamo il voto secondo coscienza». Noi siamo d’accordo, ma allora perché non votare secondo coscienza anche in aula? Boh. «Non vedo ragioni per cui Matteo Renzi dovrebbe lasciare in caso di una vittoria del No, come aveva affermato all’inizio lo stesso premier», continua però Monti, «se tuttavia dovesse lasciare, non vedo particolari sconvolgimenti».

E qui ha ragione. Dopo di Renzi non ci sarebbe il diluvio, così come dopo la sua riforma costituzionale se ne può fare sempre un’altra, più semplice, rapida, con apposita legge elettorale, meno avventata. Senza tutta questa enfasi sulle ricadute economiche, peraltro. Almeno così dice Monti, che però vorrebbe tenere ancora più il punto sull’austerità: «Dire che una parziale modifica della Costituzione, conseguita in un modo così costoso per il bilancio pubblico, sarà molto benefica per la crescita economica e sociale dell’Italia, è una valutazione che non posso accettare». Come non si può accettare che si affermi invece la modalità di governo impostata da Renzi: «Se prevarrà il Sì avremo una Costituzione riformata, forse leggermente migliore della precedente, ma avremo con essa l’approvazione degli italiani a un modo di governare le risorse pubbliche che pensavo il governo Renzi avrebbe abbandonato per sempre, come ha fatto meritoriamente con gli eccessi della concertazione tra governo e parti sociali. Speravo che fosse arrivato il momento in cui gli italiani potessero essere e sentirsi adulti, non guidati dalla mano visibile del potere politico. Non avrebbe senso darsi una Costituzione nuova, se essa deve segnare il trionfo di tecniche di generazione del consenso che più vecchie non si può».

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