Forse sarebbe il caso di trovare la voglia e il coraggio di dirlo una volte per tutte. Forse davvero dobbiamo smettere in nome della paura (nostra e per gli altri) di fingere una cortesia istituzionale che sta concedendo la peggiore gestione di testimoni di giustizia, collaboratori e più in generale di persone sotto protezione per minacce mafiose degli ultimi anni. E poiché la politica è una cosa semplice forse sarebbe il caso, una volte per tutte, di porre le domande a chi di dovere: al vice ministro Bubbico, ad esempio, che per ruolo si ritrova a coprire il delicato compito di chi certifica il rischio di chi ha denunciato il malaffare.

Questa volta, per l’ennesima volta, parliamo di Ignazio Cutrò ma il discorso, credetemi, si potrebbe allargare a un ampio spettro di casi e di persone: Cutrò è testimone di giustizia, ha denunciato i mafiosi che gli chiedevano il pizzo per poter continuare a lavorare nella provincia agrigentina. Siamo a Bivona e qui succede, com’è successo a Ignazio, che il tuo vecchio compagno di scuola te lo ritrovi anni dopo dalla parte della mafia a estorcere usando la paura. Ignazio ha denunciato e i mafiosi sono stati arrestati, processati e condannati.

Ma Ignazio Cutrò è un antimafioso non convenzionale: non indossa spille dell’antimafia educata, non ci sta a fare l’amuleto del politico di turno, non si attacca al pantalone dello Stato ringraziando il cielo di essere protetto e soprattutto ha un senso di giustizia che non si rinchiude nelle cose di mafia. Così un giorno s’è messo in testa di rintracciare gli altri testimoni di giustizia come lui e ha cominciato a organizzare i diritti: diritti di essere protetti (questa è facile) ma anche diritto di lavorare, di avere una vita dignitosa, di poter svolgere una vita sociale e famigliare e diritto di guardare negli occhi chi si occupa di loro. Il vice ministro Bubbico, in questo caso.

L’iniziativa non è mai piaciuta. No. Governo e istituzioni in nome della presunta sicurezza da assicurare spesso (troppo spesso) assumono decisioni sbagliate ritenendo “gli scortati” una proprietà di Stato piuttosto che persone. E un po’ per paura e un po’ per egocentrismo (essere scortati garantisce visibilità anche a mediocri e truffaldini) quasi tutti stanno zitti. Ignazio no. Lui no. E questa cosa deve essere andata di traverso a molti.

Così siamo a ieri quando il Ministero dell’Interno ha notificato a Ignazio Cutrò l’uscita dal programma di protezione: in pratica Bubbico e compagnia cantante hanno scritto nero su bianco che il presidente dell’associazione dei testimoni di giustizia (il sindacato degli impauriti, cose che solo da noi) non ha più bisogno di protezione. Qui dove si scortano Prefetti, ministri, sottosegretari, dirigenti sportivi, icone stantie e tutta una marmaglia di burocrati, il testimone di giustizia che ha messo in rete i testimoni di giustizia invece non ha bisogno dello Stato. E quindi? E quindi secondo quel vigliacco foglietto Ignazio e i suoi figli già oggi avrebbero dovuto passeggiare difendendosi confidando nel buon cuore del destino. Roba da prendere il vice ministro per le bretelle e trascinarlo subito a riferire al Parlamento se non fosse che qualcuno abbia deciso che, passato Berlusconi, non si deve più rompere i coglioni sull’antimafia.

E Ignazio è la punta di un iceberg che in realtà contiene molti coraggiosi denuncianti che negli ultimi anni sono stati lasciati a piedi. Ma tutti tacciono. L’antimafia è stata messa nel cassetto degli argomenti barbosi. A posto così. E chissà come ride la mafia.

Buon martedì.

(ps il Prefetto di Agrigento ha deciso, al contrario del Ministero, di mantenere le misure di protezione. Meglio così: ora è ancora più evidente che qualcuno ha preso una decisione inspiegabile.)

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