Se non ci sono fuochi d’artificio e sparate fuori luogo non c’è Donald Trump. In quello che è stato forse il dibattito presidenziale più presidenziale dei tre, il candidato repubblicano si era quasi contenuto. Ma, imbeccato da una domanda, non ha resistito a uscire dal seminato.
«Come lei sa un passaggio dei poteri ordinato è uno dei fondamenti del nostro processo democratico. Lei si impegna ad accettare il risultato delle elezioni?» è la domanda.

«Lo vedremo al momento, vi lascio la suspence, al momento non ho un risultato da guardare». I titoli stamane sono su questo: il candidato repubblicano non dice se e come accetterà la sconfitta concedendo la vittoria a Hillary e ritirandosi in buon ordine. Da giorni Trump va ripetendo che le elezioni saranno truccate e durante l’ultimo duello Tv con Hillary ha scelto di ribadirlo. O meglio, non avendo elementi da produrre, prove da sventolare, a domanda a risposto con una mezza battuta. Ovvero comportandosi una volta ancora da uomo di spettacolo che non resiste a dire qualcosa che faccia rumore piuttosto che mostrare un tono presidenziale.

In un Paese dove, tra l’altro, se c’è qualcuno che tenta di condizionare il risultato elettorale, questi sono i governatori repubblicani che, la dove hanno potuto, hanno fatto approvare leggi che limitano in qualche modo il voto delle minoranze – alcune di queste leggi, come in North Carolina sono state dichiarate incostituzionali proprio perché considerate razziste. Non solo: nel 2000 i democratici non fecero saltare il tavolo nonostante Al Gore avesse preso più voti di Bush e il processo elettorale in Florida presentasse enormi pecche. Assumere la posizione che Trump assume, senza produrre un esempio, è davvero sopra le righe.

La risposta di Clinton, chiaramente una battuta studiata, è stata efficace: «Quel che ho sentito è spaventoso», ma Trump è fatto così, non accetta di perdere: «anche quando non gli hanno dato l’Emmy per la sua trasmissione Tv ha cominciato a twittare sostenendo che gli Emmy sono truccati».
La risposta a una domanda non normale da porsi in una campagna elettorale normale è però destinata a fare rumore per giorni e probabilmente ad allontanare – o continuare a tenere lontano – il voto indipendente da TheDonald. E a compattare una base militante e molto vasta che crede nelle teorie del complotto.

Il dibattito, per il resto, è stato meno trash dei primi due: qui e la si è parlato di politica e politiche da mettere in atto. Da un certo momento in poi è degenerato e le accuse e i colpi bassi non sono mancati. Ancora una volta Clinton ha mostrato di essere più preparata e il fact checking dei grandi media ci dice anche, meno fantasiosa nel rispondere. I due hanno discusso di Corte Suprema – il prossimo presidente dovrà nominare uno, forse due, giudici – Russia, immigrazione. E naturalmente del reciproco carattere e integrità.

Lo scontro sulla Corte Suprema è di quelli che segnala le differenze politiche in maniera netta. La nomina dei giudici è vitale perché da molti anni la maggioranza dei sette togati è conservatrice. La nomina di un giudice, in sospeso perché i repubblicani si rifiutano, fatto senza precedenti, di ascoltare e approvare quella fatta da Obama, è dunque vitale perché cambierebbe quella maggioranza. E siccome la Corte ha e ha avuto l’ultima parola in questi anni su enormi questioni (dalla riforma sanitaria, alle armi, dall’aborto al matrimonio tra persone dello stesso sesso), i conservatori, specie i religiosi, temono come la peste un cambio di equilibri. Sull’argomento Trump, che non piace per nulla agli evangelici, gli stessi determinanti per eleggere Bush nel 2000 e nel 2004, è stato a modo suo diligente. Mentre Clinton ha detto che lei si batterà sempre per difendere Roe Vs. Wade, la sentenza storica che aprì alla libertà di scelta della donna in materia di maternità, Trump ha detto: «Nominerò giudici che rispettano il secondo emendamento (quello sulle armi) e che siano pro-life, anti abortisti. Con quel che vuole lei assisteremo a bambini tirati fuori dal grembo della madre al non mese!». Ovvero: conservatori, con me potete stare tranquilli, con lei sarà la strage degli innocenti. Anche in questo caso Trump parla a un pezzo di elettorato repubblicano, di cui ha enorme bisogno, ma che non è in sintonia con la maggioranza del Paese.

I momenti cruciali del dibattito

Anche sull’immigrazione lo scambio è duro: «Hillary vuole una sanatoria, frontiere aperte…io costruirò il muro e poi vedremo che fare (se espellere o meno i milioni di irregolari), ma qui ci sono dei cattivi hombres – uomini in spagnolo – e dobbiamo toglierli di mezzo». «Io voglio far funzionare l’economia, far uscire milioni dall’ombra e non consentire a gente come Trump di sfruttare il loro lavoro».

Sulla Russia: «Trump dovrebbe condannare quel che Putin sta facendo, cercando di avere un ruolo in queste elezioni perché ha chiaramente delle preferenze». «Non conosco Putin, ha detto cose gentili su di me, e se andassimo d’accordo non sarebbe male…non ha rispetto per lei, che non ha nemmeno idea se si tratti della Russia, della Cina o di altro». «Putin preferisce avere una marionetta alla Casa Bianca» ribatte Clinton. «Non sono una marionetta, la marionetta sei tu».

Sul commercio internazionale: «Trump continua a parlare di posti di lavoro che vanno all’estero ma è stato lui a dare lavoro ai metalmeccanici cinesi comprando acciaio in Cina invece che in America». «Continui a ripetere che io ho appaltato in Cina, se eletto mi renderei impossibile di fare una cosa simile». Suona contraddittorio no? Non solo, così Trump sta dicendo che violerebbe e farebbe saltare gli accordi internazionali sul commercio. Che sono pessimi ma al momento sono le regole. Non rispettarle in maniera unilaterale, aprirebbe a guerre commerciali pericolose.

Sulle donne e le accuse di molestie: «Non ho fatto nulla, non ho nemmeno chiesto scusa a mia moglie, proprio perché non ho fatto niente». «Trump pensa che screditare le donne lo renda più grande, la verità è che non c’è donna che non sappia come ci si sente a essere trattate come fa lui».
Sulle rispettive fondazioni: «Perché non restituite i soldi a quei Paesi che trattano certi gruppi di persone nel modo in cui le trattano (Trump qui è impreparato: le accuse si circostanziano, si fanno esempi, “certi gruppi di persone” sono minoranze, ma detta così non funziona)». «Sarò felice di fare il confronto tra ciò che fa la Fondazione Clinton e quel che fa quella Trump, che raccoglie donazioni e poi spende soldi per comprare un ritratto gigante di Donald».

Ce n’è abbastanza: il terzo dibattito è stato quello più sobrio. Clinton ha vinto anche questo, nel senso che ancora una volta si è mostrata preparata, precisa e con qualche idea su cosa fare. Trump ha invece ribadito la sua immagine estrema e promesso politiche inattuabili. Ma ha saputo controllare se stesso. Il problema è che aveva bisogno di qualcosa di più: restituire forza al suo messaggio, convincere di essere presidenziale e mettere alle strette Hillary. Non gli è riuscita nessuna delle cose: Clinton ha fatto il suo dibattito migliore, attaccando senza strafare e mostrandosi più competente. Anche Trump ha fatto il dibattito migliore. Fino a quando non si è stufato. Fino a quando non ha resistito a fare la battuta che fa saltare il tavolo. È più forte di lui. Ma l’America è piena di persone che credono alle teorie del complotto, pensano che Washington sia una specie di Gomorra e che le loro libertà siano i pericolo. Continuare a ribadire che il sistema è falsato presenta dei potenziali pericoli reali, rischia di crearli. Ma questo per Trump non è interessante. Viene prima lo specchio nel quale si guarda dicendo a se stesso: «Hai visto che gli ho detto? L’ho ammutolita».

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