Roma come “città mondo” in cui da secoli convivono culture diversissime fra loro. La civitas romana era inclusiva, anche se per ragioni di mera governabilità e di controllo. Ammettere nel proprio Pantheon gli dei dei popoli sottomessi era un gesto interessato, ma anche in certo modo  un segno di apertura multiculturale, che ancora la città conserva- seppur fra molte tensioni – in numerosi quartieri. Apertura agli altri e conflitti, che il Festival internazionale di fototografia di Roma dal 21 ottobre racconta negli spazi espositivi del Macro all’interno della mostra curata dal fotografo Marco Delogu, direttore dell’istituto di cultura italiana a Londra.

Il percorso espositivo connette il Macro alla città in senso più ampio, coinvolgendo l’Accademia Americana, l’Accademia Francese a Villa Medici, l’Accademia Tedesca a Villa Massimo e IILA. «Nel duecentesimo anniversario della pubblicazione del primo volume di Viaggio in Italia di Goethe, non possiamo che sottolineare come Roma voglia ancora con tutte le forze essere il crocevia d’incontro della cultura donando e ricevendo in egual misura dal contesto internazionale che ostinatamente è stato perseguito», scrive Delogu, che continuando il lavoro degli anni scorsi, punta sul dialogo fra fotografia e l’arte contemporanea, senza trascurare il reportage tradizionale nelle forme più autoriali e complesse.  Dopo aver ospitato protagonisti della scena internazionale come Nan Goldin, Martin Parr, Chris Killip e poi la decana e artista del bianco e nero Letizia Battaglia , il viaggio prosegue con  Alfred Seiland che esplora i paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo  per arrivare nel Nord Europa dove s’incontrano tracce dell’Antica Roma, ricreate nei ritratti  di Martin Bogren.  E ancora intinerari visivi dedicati a Pier Paolo Pasolini  e luoghi storici  di Roma che rivivono negli scatti di William Klein,Ugo Mulas, Mario Dondero, Tazio Secchiaroli, Mario Tursi, Dino Pedriali, mentre iil British Council offre New vedute di Simon Roberts.

Molto spazio è dedicato anche ai giovani talenti  e alle nuove generazioni di fotografi. La sezione dedicata alla fotografia emergente italiana, negli anni, ha accolto mostre di autori oggi affermati come Francesco Jodice, Stefano Graziani e tantissimi altri.  La creazione del Premio Graziadei, che giunge quest’anno alla sua quinta edizione, offre un osservatorio speciale dando una possibilità concreta ai fotografi italiani under 35 anni  assegnando una borsa per realizzare un nuovo lavoro e presentarlo nelle sale del museo Macro.  Il Premio Graziadei 2016 è stato assegnato ad Alessandro Calabrese (classe 1983) che ha presentato il progetto A failed entertainment, scelto da un giuria di cui fanno parte, fra gli altri,  il maestro della fotografia Olivo Barbieri, l’avvocato Francesco Graziadei e Walter Guadagnini, docentedi storia della Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Bologna, curatore e neo direttore di Camera.

Nello Studio 1 del MACRO sono esposte le opere del progetto A failed entertainment che Calabrese ha realizzato ispirandosi al romanzo Infinte Jest di David Foster Wallace, indaga il rapporto fra autorialità e il dilagare di immagini disponibile in rete.

«Roma, oggi più che ieri, è il simbolo della situazione socio-culturale italiana – annota Delogu -. Si guarda alla città e dalle sue vicende si cerca di trarne una previsione che possa essere estesa al resto del territorio. Vogliamo approfittare di questa quindicesima edizione , in termini umani coinciderebbe con l’adolescenza, per un festival invece è l’espressione di una straordinaria longevità, per rivolgere nuovamente verso la città il nostro sguardo, per vederne restituita un pò di quell’attenzione che abbiamo nutrito oltre i nostri confini, riportando a Roma il baricentro del nostro mondo e scoprire come dalla lettura di questa complessa città, possiamo tradurre il mondo che ci circonda».

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