Nemmeno una settimana dopo l’approvazione della legge per il reato di caporalato, ecco il primo arresto. Succede a Sabaudia, nel sud Pontino della Capitale. Proprio dove, l’anno scorso, Left era andata a scavare fra campi e aziende (leggi qui il servizio di copertina). Il questore, ai tempi, ci disse «Nessuno sfruttamento. Non ho riscontro, né dello sfruttamento in condizioni di schiavitù, né del fatto che siano costretti a doparsi per garantire una lunga giornata di lavoro».

Ed ecco il riscontro: ieri, a seguito di indagini della procura di Latina, Digos e carabinieri del comando provinciale, hanno fatto un blitz e arrestato un indiano, accusato, appunto, di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”. L’uomo era responsabile del reclutamento illegale di decine di braccianti, che poi erano impiegati dentro la cooperativa ortofrutticola Centro-Lazio, di proprietà della famiglia Campa. In realtà, più che di una piccola cooperativa a gestione familiare, stiamo parlando di una vera e propria azienda agroindustriale, tra le più grandi nella provincia di Latina e inserita nel circuito internazionale del mercato ortofrutticolo, con diverse centinaia di ettari e un fatturato che si aggira tra i 16 e i 18milioni di euro l’anno.

Ai braccianti sfruttati nei loro terreni, il caporale assegnava una paga da 3 euro l’ora, contro i nove previsti dal contratto nazionale. Per ridurre il monte ore e riallinearlo a quello previsto da contratto, i badge dei lavoratori venivano resettati ogni due giorni, così da eludere un eventuale controllo formale. Tuttavia, all’azienda non è stato applicato il 603bis – sequestro dovuto al fatto che l’imprenditore agricolo non possa esimersi dal controllare come vengano raccolti i suoi prodotti e gestiti i suoi braccianti. Tecnicamente, “responsabilità amministrativa delle persone giuridiche” – , perché essendo partita l’indagine prima della legge, si è applicata la normativa precedente.

Il reclutamento avveniva tramite un gruppo whatsapp (e non con il solito furgoncino). Il caporale selezionava 10 braccianti fra il centinaio di “iscritti” al gruppo, e, sempre tramite applicazione, dava loro il luogo, l’orario e la paga oraria. Redendo così più difficile la rintracciabilità del furgone. Nella stessa operazione sono stati sequestrati un terreno non coltivato con i suoi container in cui risiedevano in baracche quasi 130 indiani, anche loro sottopagati e vittime di sfruttamento. Una sorta di piccolo ghetto, senza servizi igienici, fogne, elettricità e tetti in eternit. Proprietari del terreno, due ultrasettantenni di Roma che mensilmente riscuotevano per l’affitto di queste baracche tra i 100 e i 300 euro.

Marco Omizzolo, attivista contro il caporalato nel Pontino e presidente di InMigrazione, commenta così l’operazione: «Per la prima volta viene riconosciuto anche per via giudiziaria, un sistema di sfruttamento lavorativo fondato sul caporalato che zittisce tutti i negazionisti che fino a oggi avevano negato e sminuito il fenomeno. Ma soprattutto, la cosa da sottolineare, è che questo nasce a seguito del coraggio di alcuni braccianti che esponendosi, hanno deciso di collaborare con le forze dell’ordine. Questo è il seguito del grande sciopero del 18 aprile, ma resta, e anzi si conferma, l’urgenza di investire in progetti di formazione ed emancipazione sociale».

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