È disumano e inaccettabile che una giovane donna incinta di due gemelli,  muoia per infezione, alla diciannovesima settimana, a causa di un mancato intervento medico- sanitario. Un caso di mala sanità, ha scritto il quotidiano L’Avvenire. Non c’entra nulla l’obiezione di coscienza, dice la relazione della “task force” del ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Una tragedia dovuta all’obiezione di coscienza affermano invece i familiari di Valentina. Ovvero, a ragioni ideologiche e confessionali accampate dal medico di turno, che nulla hanno a che fare con la scienza. Dopo l’aborto spontaneo del primo dei due feti bisognava evitare la sepsi. Anche chi non ha una specializzazione o una laurea in medicina può arrivare a pensarlo.

La magistratura sta indagando su ciò che è accaduto nell’ospedale Cannizaro di Catania, dove l’obiezione di coscienza da parte dei medici è pressoché totale; dove Valentina è stata abbandonata da chi aveva gli strumenti e il dovere umano e professionale di intervenire.

“L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”. Lo dice l’articolo 9 della legge 194. Ma il ministro Lorenzin, invece di preoccuparsi della piena applicazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, concepisce iniziative come il Fertility day con campagne pubblicitarie che, nel nuovo millennio, evocano un ducesco chiedere alle donne figli per la patria.

 Ci impone di ripensare radicalmente l’obiezione di coscienza quello che è accaduto a Catania. Una tragedia simile può accadere di nuovo in tante regioni italiane dove le cifre dell’obiezione di coscienza sfiorano il 90 per cento fra i ginecologi ospedalieri. Per le ragioni più varie. Perché cattolici credenti. Perché fa comodo professarsi tali, dal momento che accettare di fare interruzioni di gravidanza in Italia non aiuta la carriera medica. Anzi. In pochi prestano servizio anche perché (visto che nessuno lo vuole fare) poi si finisce per fare solo quello.

Parallelamente va registrato un fenomeno scandaloso: alcuni obiettano nelle strutture pubbliche e  fanno interruzioni di gravidanza in cliniche private, a pagamento. Lo abbiamo documentato su Left quando in anni passati ci sono state precise denunce e indagini. Che ci hanno fatto intravedere scorci di un inquietante sommerso, difficile da scandagliare. In cui si registrano fatti  gravissimi come quello demunciato dai consiglieri regionali di Sì Toscana a Sinistra, Paolo Sarti e Tommaso Fattori, che raccontano di aborti a pagamento nella sanità fiorentina: «Interruzioni volontarie di gravidanza in regime di libera professione con tariffe che vanno dagli 800 ai 1.500 euro ad intervento». In questo caso, come precisano i due consiglieri in una interrogazione urgente al presidente della Regione Enrico Rossi, non si tratta di una pratica fuorilegge, perché in intramoenia, cioè dentro le strutture pubbliche, ma è a dir poco disonorevole.

Anche per far cessare questi abusi è necessario che il ministro della Salute lavori per la piena applicazione della legge 194, avviando una seria campagna di informazione sulla contraccezione. Come dimostra il rapporto della Smic, Società medica italiana per la contraccezione,  che riporta i dubbi e le domande delle giovanissime, ce n’è un gran bisogno. In questo quadro, va registrato anche un dato incoraggiante: il drastico abbassamento del numero degli aborti che si è registrato dal 2015, da quando la pillola dei cinque giorni dopo (ellaone) è acquistabile senza ricetta.

In attesa che il ministro  Lorenzin cominci finalmente a fare il proprio lavoro, una importante iniziativa è partita dalla società civile: una petizione lanciata su Change.org in cui un numero crescente di cittadini dice basta alla obiezione di coscienza negli ospedali pubblici.

L’obiezione di coscienza è una possibilità concessa dalla legge 194, che poteva essere adeguata alla realtà di quasi qurant’anni fa quando entrò in vigore la legge che legalizzava l’aborto mettendo fine al dramma degli aborti clandestini. Chi era già medico e specializzato in ginecologia quando, nel 1978, entrò in vigore la nuova norma chiese di poter sceglire, ma oggi se un medico liberamente decide di fare l’operatore sanitario in un ospedale pubblico che garantisce anche il servizio di interruzione volontaria di gravidanza, perché dovrebbe avere il diritto  di dichiararsi obiettore? E soprattutto perché gli ospedali pubblici che registrano un numero altissimo di obiettori non cercano di organizzare servizi alternativi evitando l’omissione di soccorso?

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