1. Le milizie armate ai seggi?

Sono notizie che fanno rumore, inquietano e fanno anche un po’ paura: gli Oathkeepers, una organizzazione radicale e patriottica che invita veterani e poliziotti a non obbedire agli ordini nel caso in cui ritengano siano contrarie alla costituzione, hanno invitato ha «vigilare sul regolare svolgimento delle elezioni». È un segnale di come anni di retorica contro le istituzioni e un anno di campagna contro «istituzioni truffaldine» (come dice Trump) abbiano rianimato e irrobustito la destra estrema – ci si tornerà nei prossimi giorni sul tema. Cosa significa vigilare? «Noi, che abbiamo giurato di difendere la Costituzione abbiamo la responsabilità di aiutare la polizia a garantire il processo elettorale libero ed equo. A tal fine, le nostre capacità significative nella conduzione di operazioni segrete, raccolta di informazioni e indagini possono e devono essere sfruttati per contrastare le azioni di qualsiasi partito politico o gruppo criminale che tenta di negare il diritto di voto ai cittadini della nostra nazione» si legge sul sito. L’invito è a raccogliere informazioni – il sito è pieno di teorie del complotto – e a vigilare armati nel giorno delle elezioni. E siccome negli States si può girare armati, non è da escludere che in qualche Stato, in qualche contea, il giorno del voto si aggirino miliziani armati. Non un invito ad andare a votare. E lo scopo, aldilà della retorica, è proprio quello: in uno Stato del Sud, se sei nero e magari anziano, a votare, se in giro c’è della gente armata e con la bandiera confederata, non ci vai.

2. La Clinton Incorporated

Non è stata una bella giornata per Hillary Clinton: un altro leak e una nuova serie di risposte imbarazzate che non entrano nel merito. Wikileaks ha diffuso un memo scritto dall’ex braccio destro di Bill Clinton e suo cervello organizzativo nella fase successiva alla presidenza, quella della Clinton Foundation. Nel memo di 13 pagine leggiamo che Douglas Band, così si chiama, lavorava per ottenere dalle grandi corporation soldi per la fondazione – e fin qui tutto normale, le donazioni sono pubbliche e la fondazione fa cose utili in giro per il mondo – e, parallelamente vendeva anche i discorsi di Bill negli eventi organizzati dalle corporation stesse. Non c’è niente di illegale o strano. Se non che la moglie di Bill era Segretario di Stato e che, una volta di più, il memo conforta la tesi che Donald Trump cerca di vendere, ovvero che la famiglia Clinton è una corporation dedita solo al proprio tornaconto personale. Trump è già all’attacco. Viceversa la campagna Clinton attacca gli hacker russi e Wikileaks ma non risponde nel merito. Il tema per Hillary è sempre lo stesso: aver commesso errori, non saperli ammettere, viaggiare e vivere sopra la testa degli altri e le regole.

3. Il sondaggio con le tazze da caffé

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Dal 2000 a oggi SevenEleven, catena di supermercatini in stile autogrill (un po’ di tutto, sempre aperti) fa un sondaggio chiedendo ai clienti che comprano il caffé, di che colore vogliono la tazza. Niente di scientifico, ci mancherebbe, ma dal 2000 a oggi il loro sondaggio ha funzionato. Non sappiamo cosa dice quest’anno, è ancora in corso. Intanto però nei sondaggi veri, Hillary Clinton accresce la sua forza in Stati difficili o impensabili come l’Iowa e la Georgia. Anche quanto a raccolta fondi il divario è grande: negli ultimi 20 giorni la democratica ha raccolto 57 milioni contro i quasi 29 dell’avversario. Un bel vantaggio: a pochi giorni dal voto si possono organizzare grandi campagne di registrazione e mobilitazione al voto. Cruciali negli Stati dove poche migliaia di preferenze cambiano il risultato. La seconda, i democratici, non la vincono dal 1992. Il comizio del giorno è quello di Hillary e Michelle Obama, che hanno parlato assieme dal palco. La campagna è sempre di più una campagna dei democratici: la sinistra parla negli Stati dove c’è da recuperare il voto bianco e operaio e gli altri altrove. Ohio, North Carolina e Florida i più battuti in questi giorni.

4. I millennials del NewYorker

Il NewYorker pubblica una bel servizio fotografico elettorale: un gruppo di elettori per la prima volta (molti giovani, qualcuno no) si fa ritrarre e spiega perché. Le foto e i racconti sono qui, ne segnaliamo un paio perché aiutano a capire il punto di vista, spesso strano, degli elettori. Ce ne sono entusiasti e impauriti: le minoranze sono più per Hillary, i bianchi degli Stati remoti per Trump. Ciascuno ha un motivo diverso: la disoccupazione, la paura, la necessità di riformare la polizia, il razzismo.

Prendiamo il 20 saldatore John Vigil, del Colorado, che voterà Trump. «La ragione principale è il Secondo Emendamento (quello che regola il diritto a portare armi). Per me, questa è una grande cosa. Noi in famiglia cacciamo, ed è così che sopravviviamo. È il nostro cibo. Se ci prendono le armi ci tolgono il cibo. Noi di solito andiamo a ottobre e se siamo fortunati prendiamo cinque alci e quattro cervi. La carne dura un anno e l’anno successivo torniamo. Lo usiamo per tutto, abbiamo bistecche, abbiamo costolette, hamburger. Non compriamo la carne di mucca». Fa quasi ridere ma significa entrare nella testa di una persona del West. Che si è lasciata convincere dal terrorismo di Trump: Né Clinton né un altro presidente potrebbe togliere i fucili da caccia a nessuno. Ma la propaganda ha funzionato.

Najila Abdulelah, 23 anni, nata a Baghdad e naturalizzata è per Hillary. «Voterò per Hillary Clinton ma lo dico esitando. Non è l’unico che ha votato per la guerra in Iraq, è lei a essere a un passo dal diventare presidente. Io però sento di non avere il lusso di molti altri di votare per un candidato terzo. Se io non votassi e Trump vincesse avrei fatto alla mia gente e ame stessa un torto. L’odio che vomita e la paura che sta alimentando hanno fatto credere alla gente che quel che dice sia la verità».

Comunque sia, se votassero solo i giovani per i repubblicani sarebbe una catastrofe. La mappa qui sotto è desunta dai sondaggi sui giovani. È quasi tutta blu, il colore dei democratici.

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5. Twitter chiude Vine

Che c’entra questo con la campagna elettorale? Un po’. Vine è la app che consente di caricare video di pochi secondi. Ma siccome Vine è proprietà di Twitter che continua a non fare profitti e ha annunciato che licenzierà 95 persone, Vine è un costo che si può eliminare. Quattro anni fa, o anche meno, la campagna sarebbe stata anche molto animata da Vine e dai suoi video. Occupy Wall Street e anche Black Lives Matter hanno documentato e diffuso via Twitter e non solo le loro manifestazioni e gli abusi della polizia grazie a questo strumento.Oggi però, tra Snapchat, dirette Facebook e altri strumenti, Vine è vecchio. È il paradosso dell’industria che lavora con la rete: tutto funziona, piace e invecchia alla rapidità della luce. Un’idea di desueto che fa sentire desueti.

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