A

Advertising. La pubblicità televisiva serve sempre meno a vincere le elezioni, ma aiuta. Obama ha girato uno spot in spagnolo e diversi mirati per sostenere candidati senatori e rappresentanti. Questo è l’anno degli spot negativi: Hillary è corrotta e Trump impreparato e pericoloso. I più duri sono quelli pagati dai SuperPac, comitati indipendenti dalle campagne che si possono permettere toni esagerati. Clinton ha speso molto più di Trump: nelle ultime 5 settimane di campagna investirà 42 milioni di dollair contro i 34,7 di Trump. Nello stesso periodo, nel 2012, Obama ne spese 74 – Romney tre in più.

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B

Battleground States (o Swing states o Purple States). Le elezioni non si decidono a New York. E nemmeno in California o Texas. Tutte, sempre, si combattono in una manciata di Stati che tendono a cambiare colore o ad assegnare la vittoria a un partito per pochi voti. Qui si concentra la campagna elettorale, qui si spendono i soldi, qui si corteggia ogni singolo gruppo, ogni singolo voto. I più swing di tutti sono Florida e Ohio. Dal 2008 in poi il numero di swing states è aumentato: i nuovi entrati sono Virginia, North Carolina, Colorado dove l’afflusso di giovani bianchi e le minoranze storiche hanno cambiato la demografia e gli orientamenti elettorali.

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C

Collegi elettorali. Un sistema astruso che non garantisce che chi prende più voti vinca le elezioni. Sono le delegazioni degli Stati che eleggono il presidente. Il voto popolare, infatti, elegge dei superdelegati di ciascuno Stato in numero pari alla delegazione di eletti in Congresso (2 senatori per ogni Stato e un numero di rappresentanti calibrato sulla popolazione) che a loro volta esprimono il voto per il presidente. I componenti del collegio non hanno vincolo di mandato, ma alcuni Stati puniscono l’eventualità in cui il grande elettore decide di non seguire le indicazioni degli elettori. Per vincere servono 270 voti. Nel 2012 Obama ne ottenne 265, nel 1984 Reagan 525.

Illustrazioni Antonio Pronostico

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