Individualizzato, frammentato, dequalificato. Tre aggettivi che ben rappresentano il mercato del lavoro italiano nell’epoca delle “riforme strutturali”. L’abbattimento delle tutele – prima tra tutte l’abolizione dell’articolo 18 operata con il Jobs act – ha esposto una crescente moltitudine di lavoratori a una condizione che non offre garanzie che vadano più in là del qui ed ora. A questo si sommano la liberalizzazione delle forme contrattuali precarie – la riduzione dei vincoli per l’uso dei contratti temporanei e dei voucher, altri due lasciti del Jobs act – e la crescita del lavoro on-demand (vedi i casi Uber, Deliveroo o Foodora di cui si è già parlato su Left) che subordinano modi e tempi di vita all’istantaneità delle esigenze produttive d’impresa.
Cresce il peso relativo dei settori dove non si fanno investimenti, non si fa innovazione e la competitività è perseguita per la via bassa: pagare di meno e sfruttare di più la forza lavoro. Continuano a languire o si contraggono i settori ad alto tasso di investimenti e ricerca contribuendo alla dequalificazione, all’impoverimento della base occupazionale italiana: negli ultimi due anni l’emigrazione di laureati e lavoratori ad alta qualifica è risultata superiore alle 100mila unità (dati Istat Aire).
Le riforme strutturali, la cui sacralità è persistentemente celebrata in virtù di considerazioni che appaiono più di carattere religioso che aderenti alla razionalità economica, consegnano ai lavoratori italiani un agone in cui sono sempre più soli di fronte a controparti sempre più libere di esercitare il loro potere. Potere di licenziare (grazie all’eliminazione della tutela reale), di sorvegliare (per l’eliminazione dei vincoli al controllo a distanza introdotti dal governo Renzi), di disporre senza alcun limite dei tempi di vita delle persone (grazie all’ormai dilagante ricorso ai voucher), di proporre condizioni salariali e contributive sempre meno decenti.

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