Un violento terremoto di magnitudo 6.5 è stato avvertito in tutto il Centro Italia. Al momento non si segnalano vittime, ma alcuni feriti. Il sisma è stato percepito in un’ampia zona che va da Pordenone a Napoli. L’epicentro della scossa delle 7.40 del 30 ottobre  è stato localizzato fra Marche e Umbria, fra Macerata Ascoli Piceno e Perugia. Più precisamente, secondo l’Istituto nazionale italiano di geofisica e vulcanologia (Ingv), a 7 km a Castelsantangelo sul Nera e a 5 km e mezzo da Norcia che è fra le cittadine più colpite: qui sono crollate la Basilica di San Benedetto e la cattedrale di Santa Maria argentea, danneggiata la piazza. Secondo Alessandro Amato dell’Ingv, si potrebbe trattare di uno sciame sismico in continuità con quelli del 24 agosto e del 26 ottobre.

Molte le località fortemente colpite in prossimità dell’epicentro, a cominciare da Preci, dove il sindaco Pietro Bellini parla di ingenti danni a edifici storici e chiese. Ad Amatrice, la cittadina quasi completamente distrutta dal sisma dell’estate scorsa, ci sono stati nuovi crolli. Ad Accumuli “è crollato tutto” dice il sindaco a Repubblica. Il sisma ha colpito anche le Marche coinvolgendo Fabriano e numerose altre cittadine.Il paese di Arquata del Tronto è stato raso al suolo. Crollate anche le case che avevano resistito al sisma delle scorse settimane. A rimanere in piedi solo la rocca del Castello di Arquata, simbolo della cittadina marchigiana. Nuovi crolli anche a Visso, in particolare a molti edifici già lesionati dal precedente terremoto, con segnalazioni di un forte odore di gas proveniente dalle tubature rotte. Ancora crolli a L’Aquila, anche in via XX settembre, ma solo a palazzi che erano da demolire perché semi distrutti dal terremoto del 6 aprile 2009.

Ancora una volta ci troviamo  a conteggiare i danni, per fortuna – pare – non le vittime, le verifiche della protezione civile sono in corso. Ma il caso di Norcia, che sembrava aver resistito dopo il sisma di agosto, insegna. Evidentemente non sono bastati neppure gli interventi realizzati dopo il sisma del 2007. La penisola, e in particolare la dorsale appenninica, è sempre stata soggetta a terremoti, ma negli ultimi trent’anni è stato fatto poco o nulla per la messa in sicurezza del territorio. Anzi. Con una feroce deregulation e con la politica dei condoni praticata dai governi Berlusconi si è favorito l’abuso edilizio e si è dato il via libera a costruzioni vicine all’alveo dei fiumi. In questi giorni si ricorda l’alluvione che colpì Firenze il 4 novembre del 1966. Ma in questi cinquant’anni non è stato fatto nulla per cambiare la situazione. E l’Arno è nella stessa condizione di allora.

Eventi come il terremoto o l’alluvione non sono un castigo divino come dice un ministro israeliano, ma cataclismi naturali. Lo Stato ha il dovere di intervenire non solo quando il disastro è ormai avvenuto, ma anche e soprattutto prima, facendo il più possibile prevenzione, lavorando alla messa in sicurezza del territorio, incentivando ristrutturazioni anti sismiche, controllando palmo a palmo il territorio come è scritto nella Costituzione. Ma le scelte di governo dagli anni Novanta ad oggi sono andate in tutt’altra direzione.

Lo stesso premier Matteo Renzi ha più volte stigmatizzato come anti- moderno il lavoro delle soprintendenze («soprintendente è la parola più brutta del vocabolario della burocrazia», ha scritto nel suo libro Stil novo). Procedendo al loro smantellamento.  Con la riforma varata dal ministro dei Beni culturali e del Turismo, Dario Franceschini, e con la riforma Madia dell’amministrazione pubblica, come è noto, sono state poste sotto il controllo delle prefetture. Rallentando così il lavoro delle soprintendenze, su cui ora pende la spada di Damocle del silenzio assenso. Una clausola che le obbliga a rispondere entro 90 giorni a progetti di intervento paesaggistico e architettonico. Se le soprintendenze, oberate di lavoro e sotto organico, non riescono a fare la valutazione in tempo, scatta automaticamente il via libera ai lavori per cui era stato richiesto il permesso,qualsiasi sia il progetto.  

Fa riflettere la lettera a Repubblica scritta da Alessandro Delpriori, sindaco di Matelia : «C’è una ferita che fa male. Sono anche uno storico dell’arte che da anni si occupa dell’arte tra Umbria e Marche. Dopo le prime scosse di Amatrice e Arquata ci siamo subito accorti che la situazione per il patrimonio storico artistico era molto difficile, nella zona tra Fabriano e Ascoli Piceno erano centinaia le chiese inagibili, migliaia le opere d’arte in pericolo. Di fronte a tutto questo le soprintendenze erano in stallo totale, non per cattiva volontà dei funzionari sul territorio che invece sono sensibili e molto attivi, ma nella sostanza non si è fatto nulla».

Citando Giovanni Urbani e il suo lungimirante  Piano pilota per la conservazione programmata dei beni culturali in Umbria, anche il  presidente del Consiglio Superiore per i Beni culturali e paesaggistici del Mibact,  Giuliano Volpe, in un passaggio del suo commento scrive: “In Italia manca ancora una vera cultura della prevenzione anche nel campo del patrimonio culturale. Si preferiscono ancora i grandi restauri (che sono legati anche a grandi appalti e grandi finanziamenti), ma stenta ad affermarsi un approccio sistemico, fondato prevalentemente sulla manutenzione programmata, sulla riduzione del rischio sismico, sulla corretta gestione del territorio, in una visione contestuale, nella quale monumenti e paesaggi siano studiati e curati come elementi in un sistema complesso, inestricabilmente legati gli uni agli altri”.  la cultura della prevenzione, non manca , come dimostra anche l’esempio di Urbani e la sua  idea di archeologia preventiva, ciò che manca- ci sembra di poter dire – dagli anni Novanta a oggi è la volontà politica di attuarla.

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