Se è vero che la manifestazione di piazza del Popolo è finita per costare 50 euro a partecipante – essendo costata un milione, stima il Fatto, tra bus organizzati, palco e promozione e prendendo per buona la stima più generosa sull’affluenza: 20mila – il fronte del No ha una ragione in più per sorridere, e sperare che l’ultimo mese di campagna referendaria confermi il vantaggio che oggi i sondaggi continuano a fotografare: circa quattro punti, secondo Diamanti, ad esempio, lasciano indietro il Sì.

«Io mi sento che vinciamo», dice a Left un parlamentare di Sinistra Italiana, confermando un sentimento che è diffuso nel pur sconclusionato – e raccogliticcio – schieramento che sta facendo campagna per il No. Anche Brunetta è convinto di farcela, soprattutto dopo che Berlusconi, salito al Colle per dirsi pronto a gestire con responsabilità un’eventuale crisi post 4 dicembre, ha fatto sapere che si impegnerà un po’ di più: «Berlusconi vale ancora almeno 5 punti», sono convinti da Forza Italia.
Franco Bechis su Libero fa sorridere: «Renzi era in piazza con quattro gatti e un Cuperlo», scrive. Ma in realtà bisogna restare ben concentrati, restando solo moderatamente ottimisti. Perché è un mondo piccolo, quello che si è entusiasmato a sentire De Mita bacchettare Renzi («È irrecuperabile», è stata la stoccata finale durante il dibattito su La7, «ha una tale consapevolezza di sé che non vede limiti alla sua arroganza»). È un mondo piccolo, di appassionati o tifosi.

E invece il referendum lo vince chi smuove gli indecisi, che – dice ancora Diamanti – sono un quarto degli intervistati. Almeno. Alzi poi la mano chi magari ha deciso di votare No ma con assai scarso entusiasmo: è condizione diffusa, da non sottovalutare. Non è detto che la radicalizzazione non porti molti a chiamarsi fuori, stufi. Renzi lo sa e per questo insiste. «Se perdo tornano quelli di prima, che non accettano l’idea di andare ai giardinetti». «Il vero partito della Nazione è il fronte del No, che vuole bloccare l’Italia pur di restare a galla».

La corsa del No, insomma, è ancora tutta in salita. Perché tanto a noi suona ormai insopportabile, tanto è efficace l’accusa di conservatorismo; tanto a noi sfibra il dibattito interno al Pd, quanto Renzi, tenendolo aperto, fa passare il No per un fronte politicista, quello a cui piace passare il tempo a mediare, in trattative che lui generosamente concede mentre, dice, corre, corre lo stesso per non far perdere al Paese «il treno del cambiamento».

«Renzi ha scelto di dividere il Paese» dice il centrista Mario Mauro. E ha ragione. Renzi – ad esempio – sa benissimo che piazza del Popolo, con la presenza di Cuperlo che ricordava l’assenza di Bersani («Compagni, cosa vi siete persi». «Mi chiedevo: “Bersani, perché non sei qui?”», ha scritto per dire Staino) e ha restituito l’immagine di un partito spaccato. Noi e loro, chi fa e chi protesta. Ancora una volta è perfetto per la sua rappresentazione.

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