È dallo studio di Repubblica che l’ex segretario del Pd cerca così di scrollarsi di dosso l’accusa che gli muovono i compagni di partito più vicini a Renzi: aver dimenticato i suoi stessi insegnamenti sulla Ditta e, soprattutto, condannare l’Italia, sostenendo il No, a un nuovo governo di larghe intese. A un nuovo governo con Silvio Berlusconi.

Non chiede, Bersani, a questi colleghi di spiegargli quale sarebbe la differenza tra un nuovo governo con Berlusconi e l’attuale governo con Verdini – domanda che sarebbe stata lecita ma in effetti scivolosa, accordando Bersani la fiducia al governo con Verdini – ma assicura a Renzi il suo appoggio in caso di vittoria del No. Non si dica che i suoi dubbi sulla riforma sono dunque strumentali. Guai! «Se vince il No bisogna fare un’altra legge elettorale, Renzi resta e si ragiona sul da farsi», dice Bersani. «Renzi resterà perché il governo non c’entra con il referendum». E se non resterà – è il sottotesto – è perché non vorrà lui, troppo preoccupato di logorarsi.

Con l’annuncio di Bersani, finalmente sul No, però, il clima nel Pd resta caldissimo. E anzi si accende ancora di più, nonostante la blindatura del governo (scenario abbastanza prevedibile: la legge elettorale va fatta, e se non è Renzi serve un altro per governare l’annetto che manca). Volano veri e propri insulti, come quelli recapitati all’ex segretario da Fabrizio Rondolino, editorialista dell’Unità, renzianissimo. Scrive Rondolino, rilanciando su twitter un pezzo che dà conto della partecipazione di Bersani alla prossima manifestazione del No: «Un uomo squallido, privo di principi, intimamente vigliacco». Nientemeno.

Durissima – considerando che Rondolino è uomo vicino al presidente del Consiglio – è però anche la replica: «Da certa gente è meglio essere insultati che omaggiati, così che si capisca che non ho niente da spartire», dice Bersani. Che si mostra pronto a rispondere a tono a tutti, premier compreso, se continueranno a insultarlo. A dire che è un sabotatore.

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