I piani di Theresa May per l’attivazione della Brexit sono finiti nel nulla, grazie a un “pesante” sentenza dell’Alta Corte britannica che la obbliga a passare attraverso il Parlamento ponendo fine a un lungo braccio di ferro tra quest’ultimo e l’esecutivo. Il primo ministro non ha il diritto di utilizzare le proprie prerogative per richiamare l’articolo 50 e rendere esecutiva l’uscita dall’Unione europea senza coinvolgere parlamentari e colleghi. Una decisione che può far svanire l’incubo Brexit? In molti ci sperano a sinistra. Di certo getta nella ancor più nella confusione la premier May e i suoi piani di far scattare l’articolo 50 entro la fine di marzo, per lasciare l’Ue entro la primavera 2019. È una sentenza devastante per il governo, dicono molti commentatori,perché l’Alta Corte ha chimato in causa i “principi costituzionali fondamentali della sovranità del Parlamento”La sentenza, alla lettera dice: «La Corte non accetta la tesi sostenuta dal governo. Non vi è nulla nel testo della legge del 1972 (di adesione all’Ue) per sostenerlo».

Tim Farron, il leader liberal-democratico, ha salutato la decisione come «la possibilità di dire di no a una Brexit difficile, irresponsabile, che mette in pericolo la nostra economia e il nostro lavoro». Furiosio il leader dell’Ukip Nigel Farage: «È un tradimento del volere dei cittadini, un tentativo di cancellare il risultato del referendum del 23 giugno. Ora le tenteranno tutte per bloccare o ritardare l’attivazione dell’articolo 50. Se è così, non hanno idea di quale risposta dei cittadini saremo in grado di suscitare». Ma 
c’è chi ritiene improbabile che i parlamentari cerchino di bloccare Brexit, proprio nel rispetto dell’esito del referendum, al di là dell’eventualità che l’Aula sia a maggioranza pro-Remain. In ogni caso, nella Camera dei Lord ora si apre la possibilità di contestare, o addirittura ritardare il processo.

Insomma, la sentenza è un durissimo colpo per Theresa May che, stizzita, commenta: «Stanno cercando di uccidere la volontà popolare ritardandone l’attuazione. Questo è solo un modo per insultare l’intelligenza del popolo britannico». A  sollevare il caso è stato il  ricorso di un gruppo di attivisti pro Ue che chiedevano un voto del Parlamento di Westminster per avviare l’iter della Brexit. Ma a sfidarea May è stata anche la manager Gina Miller, sostenendo che la conseguenza inevitabile dell’appellarsi all’articolo 50 sarebbe stata la perdita dei diritti legali di cui godono i cittadini del Regno Unito e dell’Ue. Miller ora chiama in causa la Corte di giustizia europea, in nome della libertà di circolazione e di commercio.
Al tema Brexit è dedicato un approfondimento sul numero di Left in edicola sabato e da domani disponibile on line.

Per una panoramica  sugli effetti negativi  della Brexit nel mondo della ricerca:

Hawking e Higgs «Brexit un disastro per la ricerca». Il parere di Rovelli e altri scienziati

Il no degli artisti alla Brexit: https://www.left.it/2016/06/22/la-carica-degli-artisti-inglesi-contro-la-brexit/

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