Una distesa urbana deserta, le strade squarciate dai raid aerei, il rumore costante delle mitraglie che sparano, la polvere e i militari: è la Mosul che ci mostrano i video girati negli ultimi giorni in Iraq, durante l’assedio contro il Califfato cominciato il 17 ottobre scorso.
Le truppe irachene sono entrate a Mosul dopo 28 mesi di occupazione da parte dello Stato islamico di al-Baghdadi, che proprio lì il 29 giugno del 2014 ha proclamato la nascita del Califfato.

Dopo un anno di silenzio, poche ore fa il “Califfo” ha dedicato un audio-messaggio (del quale però al momento fonti esterne attendibili non sono riuscite a verificare l’autenticità) alle sue milizie, soprattutto a quelle che combattono a Mosul. Il discorso, pubblicato sul sito dell’Isis , dal titolo “Questo è ciò che Allah e il suo Profeta ci hanno promesso”, incita i soldati a difendere l’Islam dall’offensiva dei “crociati” e degli ebrei e chiede di sferrare attacchi anche in Turchia e in Arabia Saudita. Al-Baghdadi si dice “fiducioso nella vittoria”: «La guerra totale e la grande jihad che lo stato islamico sta combattendo – afferma – aumenta solo la nostra ferma convinzione, se Dio vuole, che tutto questo è un preludio alla vittoria». Se il video fosse autentico sarebbe il primo dopo un lungo periodo di silenzio. L’esercito iracheno in passato aveva addirittura dichiarato di aver ucciso al-Baghdadi colpendo un convoglio su cui secondo le loro fonti si sarebbe trovato il Califfo, motivo per cui non ci sarebbero stati più messaggi e appelli pubblici del leader di Isis. L’ultima registrazione del leader dell’Isis, infatti, risaliva al 26 dicembre 2015, quando al-Baghdadi incitava alla “guerra santa” contro gli infedeli di tutto il mondo. In queste ore di assedio a Mosul invece, il suo discorso (se autentico) sarebbe una chiamata alle armi e alla resistenza, in un momento difficile per il Califfato.
L’antica città assira di Ninive, oggi Mosul, e capoluogo del governatorato di Ninawa, è delle tre roccaforti dell’Isis – insieme a Raqqa in Siria e Sirte in Libia – la più importante, perché si trova in una posizione strategica lungo il fiume Tigri, perché la sua numerosa popolazione può essere impiegata come milizia, perché possiede numerosi pozzi petroliferi. All’enorme valore strategico della roccaforte si aggiunge quello simbolico perché proprio qui venne dichiarata da al-Baghdadi la nascita del Califfato.

Chi è in campo contro l’Isis

Le forze militari schierate contro l’esercito di al-Baghdadi sono diverse e animate da numerose tensioni confessionali: oltre alle truppe regolari irachene appoggiate dalla coalizione degli Stati Uniti, ci sono i curdi Peshmerga (addestrati dall’esercito italiano in Kurdistan), i miliziani sunniti filo-turchi (addestrati dalla Turchia), l’esercito sciita filo-iraniano e le milizie confessionali di cristiani e Yaziti (perseguitate dall’Isis).
Trattandosi di una città a maggioranza sunnita, il governo di Baghdad ha proibito alle truppe sciite di entrare in città, per evitare rappresaglie contro i sunniti e ha intimato all’esercito turco di non entrare a Mosul, per evitare uno scontro a fuoco con le milizie regolari, in seguito all’annuncio del dispiegamento dei carri armati turchi.
La varietà confessionale e politica degli eserciti anti-Isis scesi in campo a Mosul ricorda il contesto iracheno successivo alla morte di Saddam Hussein, diviso tra sunniti e sciiti e teatro di interessi stranieri e contrastanti, dove l’Isis è nato e si è fatto spazio.
Al momento la variegata compagine anti-jihadista di 40 mila soldati sta avanzando verso il centro della città, dove si sono barricati i 5000 miliziani Isis rimasti e dove risiede ancora un milione e mezzo di civili iracheni, intrappolati in città.

Crisi umanitaria

Finora nel conflitto iracheno hanno perso la vita 1,792 persone, di cui 1,120 civili – riportano le Nazioni Unite. Le forze irachene dovranno aprire dei corridoi umanitari per permettere agli abitanti di Mosul, e soprattutto a 600 mila bambini, di trovare riparo altrove, per evitare che si replichi quello che è successo ad Aleppo – dichiara Maurizio Crivellaro, il direttore di Save The Children in Iraq.
Nelle ultime settimane, riporta Ravina Shamdasani delle Nazioni Unite, 25 mila civili sono stati usati dai miliziani dell’Isis come “scudi umani”, trasferiti con la forza da una parte all’altra della città sui camion e costretti a stare sui tetti e nelle strade della città per scoraggiare i raid nemici.
Gli altri – conclude – sono barricati nelle case, terrorizzati e in attesa dell’arrivo dei liberatori.
Molti civili, dall’inizio del conflitto, sono finiti in mezzo al fuoco incrociato: tra loro il Guardian inserisce un’intera famiglia uccisa per errore da un raid americano alcuni giorni fa, nel villaggio di Fadhiya, a pochi chilometri da Mosul.
Il 28 ottobre, inoltre, 52 uomini ex membri dell’esercito iracheno sono stati convocati dagli esponenti dello Stato Islamico tramite i megafoni delle moschee di alcuni quartieri e ricevuti in un collegio pubblico a est di Mosul con la scusa del ritiro dei loro documenti, precedentemente confiscati. Coloro che hanno risposto alla chiamata sono stati uccisi in un’esecuzione di massa, nonostante fossero ufficialmente “pentiti”- racconta Mohamed al Musali della milizia di quartiere anti-Isis “Cavalieri di Mosul”.

La strategia dei jihadisti

Oltre all’uso dei civili come “scudi umani” e alle esecuzioni sommarie contro gli ex militari iracheni, le milizie di al-Baghdadi hanno riempito le trincee di petrolio (facilmente reperibile a Mosul) in attesa dell’arrivo delle forze nemiche e hanno cosparso le strade di ordigni artigianali carichi di esplosivo e di sostanza chimiche nocive. Secondo l’IHS – riporta la Bbc – i combattenti Isis hanno perso molto terreno dall’inizio del conflitto, tanto da giustificare il sospetto dei Peshmerga curdi che al-Baghdadi sia accorso a Mosul per motivare il suo esercito da vicino. Sulla presenza del leader jihadista in città l’Indipendent si dichiara dubbioso, perché le foto scattate che lo ritraggono a Mosul sono ancora di dubbia autenticità. «Qualora fosse così – dichiara Fuad Hussein, il capo di gabinetto curdo del presidente Massoud Barzani al giornale britannico – e Al Baghdadi venisse ucciso, l’intero sistema Isis cesserebbe».
Per Hussein la caduta di al-Baghdadi e del suo Califfato è data per certa: «È ovvio che perderanno, – ha detto – ma non sappiamo quanto tempo sarà necessario perché questo accada». I tempi del conflitto, continua Hussein, dipenderanno dalla strategia che il Califfato metterà in pratica d’ora in avanti, soprattutto per quanto riguarda i cinque ponti che collegano le due sponde del fiume Tigri, per ora risparmiati dai jihadisti. Se l’Isis decidesse di far saltare i ponti, rallenterebbe l’avanzata dell’esercito nemico, ma rinchiuderebbe al-Baghdadi in un vicolo cieco, in una trappola al centro della città, circondato dagli eserciti nemici.
«Lasceremo ai seguaci di baghdadi un corridoio aperto a ovest. – ha dichiarato l’alto ufficiale Yahya Rasul dal Joint Operation Command di Makhmur – Sarà un corridoio della morte per loro. Li spazzeremo via con i raid aerei. La zona diventerà il cimitero dei jihadisti».

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