New York City – «Abbiamo tre operazioni in corso per fare in modo di rallentare e impedire il voto dei neri, dei latinos e dei liberal». Parlando con Sasha Issenberg, un giornalista americano che ha condotto un’inchiesta sull’organizzazione della campagna Trump, un membro dello staff ha detto questa frase. «Se l’è lasciata scappare perché il personale che Trump impiega non è fatto di gente abituata a relazionarsi con i media, una volta che sei lì a ciacchierare, parlano troppo», ha spiegato Issenberg a Bloomberg Tv. Non sappiamo di quale sia il piano Trump, ma sappiamo che forme per evitare che le minoranze votino sono diffuse.

Non far votare le minoranze è un esercizio nel quale i repubblicani si impegnano a ogni ciclo elettorale. Le tecniche sono molte e diverse e vedono al lavoro governatori, ufficiali delle commissioni elettorali, membri del partito che lavorano per questo. In un’elezione che ha confini mobili a causa della novità di un candidato come Trump e dello scarso appeal di Hillary Clinton, ogni voto pesa di più. E per questo il tema, sollevato molte volte in molte occasioni, quest’anno è particolarmente caldo.

Il campo di battaglia più furioso, quest’anno, è stato la North Carolina vinta nel 2008 da Obama e persa nel 2012, sempre per un pugno di voti, dove la minoranza nera è pari al 22,1% e i sondaggi indicano quasi parità.

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Che strumenti hanno i repubblicani per scoraggiare e impedire la partecipazione al voto? Prendiamo l’esempio di Grace Beld Hardison, 100 anni, cittadina nera della North Carolina, che in questi giorni ha fatto scuola. Il nome di Grace è stato cancellato dalle liste nonostante lei abbia votato sempre negli ultimi 24 anni, sia registrata al voto e sia intenzionata a farlo quest’anno. Come mai? Una repubblicana ha notato che una lettera spedita dalla commissione elettorale a Grace è tornata indietro. «Ma io ricevo la posta all’ufficio postale da sempre», ha spiegato lei. Come lei, nella contea di Beaufort ci sono almeno altre 4 persone di cui si ha notizia. Nei mesi scorsi 6700 persone erano state cancellate così dalle liste elettorali, quasi tutti afroamericani registrati al voto come democratici. A volte le campagne repubblicane mandano migliaia di lettere apposta per registrare quelle che tornano indietro e tentare così di dire che quei cittadini hanno probabilmente cambiato contea. Un giudice federale, ieri, ha definito queste pratiche «folli e prive di riscontri e controlli».

C’è poi il caso delle mail di ufficiali elettorali di 17 contee dello Stato che invocano meno seggi, orari ristretti e altre limitazioni per il voto in anticipo.

La scusa repubblicana per agire in questo modo sono le frodi elettorali: il sistema Usa è federale, leggi diverse e una commissione elettorale per contea e assenza di un’anagrafe nazionale, e la possibilità, in teoria di votare due volte o di farlo anche se non se ne ha diritto per qualche ragione. I repubblicani accusano i democratici di registrare al voto le persone in luoghi diversi, di farle votare per posta e poi di persona, e così via. Qualche caso c’è, ma il vero tema è la discriminazione degli elettori delle minoranze.

Un modo più strutturale di disincentivare il voto delle minoranze è il cambiamento delle leggi che regolano le operazioni di voto. Ad esempio richiedendo un documento specifico per poter andare al seggio e votare. «Dovete tenere conto che negli Usa non c’è una carta di identità nazionale. L’unico documento che tutti i cittadini hanno è il social security number, ma non è un documento di identità, non ha foto» ci spiega Wendy Weiser del Brennan Center for Justice della New York University. Il centro si occupa di studiare la discriminazione al voto e anche di preparare il materiale legale per sostenere cause legali. Ecco, se una legislatura decide che gli unici documenti validi sono patente e carta di identità (che si può ottenere, ma che quasi nessuno ha), chiunque non abbia questi documenti non può esercitare il proprio diritto a votare. «Ci sono molti casi, specie tra gli anziani, in campagna o nelle grandi città, di persone che non hanno un documento con la foto o magari hanno una tessera da veterano militare o altro. Se la legge cambia, questa persona che ha votato tutta la vita con lo stesso documento si trova di colpo esclusa», aggiunge Weiser. A noi sembra strano ma non è così: le minoranze in questo Paese hanno un rapporto difficile con la cittadinanza – per colpa delle istituzioni e a volte della marginalità – e l’idea di andare a farsi un documento o il fatto di sentirsi solo dire «Lei non è nella lista», rischia di essere un deterrente.

I sistemi non sono finiti: «Diverse assemblee statali hanno cambiato i termini della registrazione al voto, magari impedendo la registrazione al seggio, o anche ridotto la possibilità di votare per posta o in anticipo». Anche questo sembra strano, ma a sette giorni dal voto già 22 milioni hanno votato e cambiare le regole di colpo significa prendere alla sprovvista chi prevede di votare in anticipo. Attenzione: negli Usa si vota il martedì, ergo chiunque lavori, magari facendo il pendolare o con turni lunghi, tende a preferire il voto in anticipo. Inutile dire che neri e latinos più spesso fanno turni pesanti di lavoro e non possono prendere permessi. Alcuni Stati hanno provato a vietare il voto in anticipo di sabato e domenica, quando invece c’è il picco di voti espressi di persona. Sempre la North Carolina si è vista bocciare la propria legge elettorale dalla Corte Suprema perché i limiti che imponeva (sempre relativi a orari, documenti e cimili) «è innegabilmente volta a prendere di mira il voto afroamericano» – nelle chiese battiste afroamericane spesso si organizza l’accompagnamento al seggio degli anziani, la legge vietava il voto anticipato di domenica. Molte altre battaglie legali sono state vinte dai difensori del diritto di voto in questi mesi.

Yavapai County, Arizona, Jemmy Emmet ha votato in anticipo per Clinton, ha 100 anni, il primo voto è stato per Roosevelt

Yavapai County, Arizona, Jemmy Emmet ha votato in anticipo per Clinton, 100 anni, il primo voto è stato per Roosevelt (Les Stukenberg/The Daily Courier via AP)

È finita qui? No, esistono metodi più subdoli e non ufficiali. Ad esemepio distribuire male le macchine elettorali: una in un seggio afroamericano grande, dieci in uno bianco piccolo, in maniera da creare lunghe file per votare; far circolare molta polizia nei quartieri neri il giorno del voto in maniera da intimidire un po’ chi ha avuto guai con la giustizia; togliere il diritto di voto anche agli ex carcerati che hanno scontato la pena; mandare lettere intimidatorie che dicano: “La frode elettorale è un grave reato federale, sei sicuro di non violare la legge?” o cose simili, che spaventano l’elettore marginale.

Nel complesso, il sistema elettorale americano è un disastro, eppure una percentuale crescente di gente partecipa al voto e non si contano frodi vere, la ragione per cui vengono promulgate certe regole è vincere le elezioni impedendo il voto: «Tra 2005 e 2006 il Dipartimento di Giustizia ha condotto una lunga indagine; ha trovato 86 casi individuali di voto doppio o non regolare, tutto sommato il sistema funziona» conclude Weiser. C’è poi chi, Bernie Sanders, per esempio, annuncia che nel nuovo Congresso presenterà una proposta per il voto la domenica. Una cosa razionale.

PS: La buona notizia è che in North Carolina circa il 40% delle persone ha già votato e che pare di capire che tra questi, Clinton abbia un vantaggio cospicuo. Vedremo.

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